5 giugno 2016

In contemporanea con l’inizio del Convegno dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale della Salute CEI, che ha come titolo: “Per una cultura dell’incontro e della pace: Immigrazione, dialogo interreligioso e salute” (2- maggio), è stata pubblicata una scheda in cui la CEI (Ufficio per l’ecumenismo e il dialogo) presenta le abitudini dei musulmani, per tradizione e per precetto, in ospedale. Il testo suggerisce alcune indicazioni per il personale sanitario, i medici, i pazienti non musulmani degenti e le loro famiglie, su quale comportamento assumere o evitare in ambito sanitario per una convivenza serena.
Si premette che l’ospedale è una realtà assai complessa, per la quantità e diversità dei soggetti che lo popolano e la varietà di relazioni che vi s’intrecciano quotidianamente. Un elemento significativo di questa complessità è costituito dall’identità religiosa dei suoi utenti.
La sofferenza fisica è una di quelle esperienze che, per sua natura, può fare incontrare le persone al di là delle differenze di sesso, di religione, di condizione personale e sociale, di appartenenza etnica e nazionale. Questa costatazione non ignora ovviamente il problema di persistenti e drammatiche disparità, ad esempio nell’accesso alle cure mediche, ma si limita a segnalare la semplice evidenza di una condizione che tocca in radice il senso dell’esistenza di ciascuno di noi nel suo passaggio in questo mondo. Giobbe, l’uomo ricchissimo ridotto al nulla da un male umanamente incurabile, è l’icona biblica di questa verità e non a caso ha attraversato nel corso dei secoli le culture dell’area mediorientale, sino ad approdare all’islam, attraverso una rilettura che ne ha fatto l’esempio più luminoso del modo di vivere il rapporto con la malattia. Se da una parte la sofferenza fisica può far sentire chi la patisce come schiacciato dal “suo problema”, spinto in un isolamento invalicabile, ai limiti della disperazione, dall’altro, proprio per la natura di esperienza a tutti comune, è capace di attivare dinamiche di relazione e dialogo che valicano quelle barriere identitarie altrimenti dominanti nella vita quotidiana.

La dimensione antropologica
La visione islamica della malattia procede da un’antropologia sviluppatasi dalle fedi monoteiste e dalle tradizioni culturali che hanno fatto storicamente da contesto all’emergere della nuova religione. In essa il corpo occupa una posizione centrale e alla sua sfera viene ricondotta, nella riflessione teologica più antica, l’anima, concepita come un “corpo sottile”. L’accento sulla corporeità rimane forte, sino ad oggi, nella percezione islamica di cosa sia la persona umana: materia creata individualmente da Dio nel grembo materno e che, dopo il ritorno al grembo della terra, si discioglie in attesa di essere ricostituita, esattamente qual era, in occasione della risurrezione per il giudizio universale. Proprio le membra del corpo risorto riceveranno la capacità di testimoniare, nel tribunale dell’Ultimo Giorno, quanto ciascuno ha operato mediante esse.
Idea fondamentale della catechesi islamica è il corpo umano, dono e responsabilità; come tutti i beni della terra ricevuti da Dio, la persona ne è amministratrice e lo deve utilizzare nella prospettiva di restituirlo, per riceverlo di nuovo e vivere eternamente con esso, si spera beatamente.
Tutto ciò che gli accade di piacevole o spiacevole, nel corso della vita, è un banco di prova, che serve a mettere in luce il grado di fede, di pietà, di sottomissione ai precetti del suo “amministratore”. In questo senso si può parlare di una sacralità del corpo, che non può essere manipolato a capriccio o leso illecitamente nella sua integrità: la condanna dell’uso di sostanze inebrianti; il rifiuto della chirurgia estetica, accettata la chirurgia ricostruttiva; la messa al bando di pratiche diffuse nel mondo come il tatuaggio e le incisioni ecc. Il principio fatto valere dai giuristi musulmani è che non si può alterare la creazione di Dio. Esso è talmente stringente che la tradizione ha sentito l’esigenza di esplicitare alcune eccezioni: il taglio dei capelli, della barba, delle unghie, la depilazione delle ascelle e del pube, nonché la circoncisione.
Quest’ultima è maschile ma, in alcune specifiche e limitate aree geografiche, anche femminile (rispetto alla quale si apre il problema gravissimo delle mutilazioni genitali, in palese contraddizione con quanto sopra detto circa la sacralità del corpo).

La malattia nel mondo islamico
La malattia, così come la morte, appartiene al piano di Dio e al suo imperscrutabile volere. Si tratta di sottomettersi ad entrambe con umile fede, anche se l’islam insegna al tempo stesso l’importanza della cura del corpo, sia quella che si traduce nell’attenzione prestata all’igiene, agli alimenti, al tempo del sonno, all’attività fisica, sia quella volta a debellare le malattie.
La fede nella signoria esercitata da Dio sulla vita di ciascuna persona in questo mondo si associa dunque alla fiducia nell’azione del medico e dei farmaci, che si traduce nell’atteggiamento positivo verso i progressi di questa scienza. Una vita deve essere preservata sino a quando sia possibile: così l’eutanasia è bandita, alla pari del suicidio. Il medico deve allungare la vita, mai affrettare la morte; è una sorta di mediatore tra religione e salute.

Il senso del pudore
Il senso islamico della sacralità del corpo si rivela, tra le altre cose, in un elevato senso del pudore e nella ritrosia ad esporre la nudità. Ciò vale non solo per le donne ma anche per gli uomini e richiede un’attenzione particolare sia nel momento delle visite mediche e nel contatto con il personale paramedico, sia nella collocazione in reparto dei pazienti di sesso diverso.

Per una convivenza serena
La scheda prodotta dalla CEI è, in certo senso, già frutto delle nuove possibilità di collaborazione che si vanno aprendo: essa, infatti, nasce non solo da un lavoro individuale di raccolta e organizzazione di dati provenienti da fonti scritte ma anche da un percorso di dialogo che ha coinvolto una pluralità di soggetti (cappellani, operatori della sanità, mediatori e mediatrici culturali, volontari cristiani e musulmani, responsabili ed esponenti di comunità islamiche presenti sul territorio), i quali si sono incontrati a più riprese per scambiarsi idee, informazioni e riflessioni risultate preziose nella redazione finale del testo.
Si descrivono alcune pratiche, tradizioni tipiche dell’Islamici in ospedale come la recita delle preghiere, le tradizioni legate al parto e alla morte, le consuetudini sociali in presidi ospedalieri che spesso, lontano dai nostri e difficilmente collocabili nell’economia di un ospedale occidentale creano disagi e imbarazzi. Ma l’appello al rispetto al buonsenso esorta a una convivenza serena in un periodo e posto particolari quali le degenze.

Cristina Menghini

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