Intervista a Remo Angelino, direttore del SerT di Pinerolo

Il dottor Remo Angelino è direttore della struttura di Pinerolo del Dipartimento Patologia delle dipendenze dell’ASL TO3 e direttore del SerT che fornisce assistenza medica, sociale e psicologica per problemi legati all’uso, abuso e dipendenza da sostanze o comportamenti (droghe, alcol, fumo, gioco d’azzardo, etc.) tramite interventi di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione.

Remo Angelino

Remo Angelino, direttore del SerT di Pinerolo

Il SerT, come tale, nasce negli anni ’80 specialmente in seguito all’emergenza droga che in quegli anni faceva registrare in Italia un numero allarmante di decessi per overdose. L’acronimo sta per “Servizio Tossicodipendenti” ma, d’ora in poi, sarà cambiato in SerD: “Servizio Dipendenze”, volendosi appunto occupare di tutte le fattispecie di dipendenze, da cibo, fumo, gioco d’azzardo, internet, videogiochi, dipendenze affettive etc. Intorno all’inizio degli anni ’90 il SerT si è occupato in particolare dell’emergente problema dell’AIDS. Negli ultimi 15 anni ha poi in parte cambiato la sua mission, prima quasi esclusivamente dedicata alla cura di soggetti con dipendenza da eroina e altri stupefacenti, iniziando ad interessarsi alle problematiche dell’alcolismo (cosa che attualmente rappresenta il 50% della sua attività) e, ancora più recentemente, alle dipendenze da tabacco e da gioco d’azzardo.

È possibile una fotografia del fenomeno dell’alcolismo sul territorio pinerolese?

Si possono fornire alcuni dati. Nel 2012 i soggetti in cura nel nostro centro per questa dipendenza sono stati 350 di cui il 74% uomini e il restante 26% donne. Bisogna però dire che quest’ultimo dato riferito alle donne è certamente sottostimato rispetto alle reali dimensioni del fenomeno perché, mentre esiste nelle nostre zone un alcolismo maschile “storico” che è in qualche modo accettato, non lo stesso si può dire per l’alcolismo femminile che deve invece fare i conti con una minore accettazione sociale e che quindi tende maggiormente a rimanere nascosto. L’età media di questi soggetti in cura è tra i 40 e i 50 anni, mentre i giovani sono quasi del tutto assenti.

Questo dato tuttavia non significa che i giovani non siano coinvolti nel problema dell’alcol.

Certamente no, perché noi trattiamo soggetti affetti da alcolismo cronico che hanno riconosciuto e accettato il loro problema e deciso di farsi aiutare. L’alcol è un veleno a lenta azione; il tempo di latenza dall’inizio del consumo al momento della richiesta di aiuto è di alcune decine di anni, a fronte dei circa sette dell’eroina. Questo spiega la quasi totale assenza dei giovani dalle nostre statistiche. Purtroppo molti giovani bevono in modo smodato ma, in genere, per loro questo è un problema di tipo acuto, nel senso che sono praticamente astemi dal lunedì al giovedì e poi il venerdì e il sabato sera fanno uso di grandi quantità di alcol alla stregua di una droga, per procurarsi lo “sballo” o, comunque, come mezzo per il divertimento e per favorire la socialità.

Quale è il discrimine tra consumo normale e patologico di bevande alcoliche?

Oggi rispetto a qualche tempo fa il consumo di alcol è sempre considerato un fatto negativo. La medicina dice che questa sostanza è tossica sempre e il bere rappresenta sempre un comportamento a rischio. Ovviamente con questo non si vuole auspicare un ritorno al proibizionismo che, lo insegna la storia, non ha mai funzionato; semplicemente ora le quantità di alcol consigliate sono minime rispetto a quelle di un tempo. In passato, ad esempio, si considerava normale l’assunzione di un litro di vino al giorno, mentre oggi si ritiene che una tale quantità introduca in un percorso a rischio. A volte vi è un uso eccessivo di alcol che non è riconosciuto come tale dal soggetto, ma che sarebbe invece rilevabile dalle normali analisi del sangue, segno di una azione tossica già in atto. Per questo sono anche disponibili dei semplici test di autovalutazione che, con domande chiare e mirate, riescono ad evidenziare non solo abitudini palesemente patologiche ma anche altri comportamenti potenzialmente a rischio.

A che cosa va incontro un alcolista?

Per i bevitori del sabato sera, in particolare i giovani, i rischi sono soprattutto quelli legati alla perdita di lucidità: innanzitutto il senso di onnipotenza e la diminuzione della percezione del rischio che possono portare con facilità ad incidenti stradali anche molto gravi. Inoltre lo stato acuto di alterazione alcolica e la conseguente perdita di autocontrollo favorisce tutta una serie di altri comportamenti potenzialmente dannosi, come rapporti sessuali con persone sconosciute, risse, giochi pericolosi… Per i bevitori cronici i danni sono invece legati alla tossicità dell’alcol che con il tempo compromette la funzionalità di numerosissimi organi. In primo piano il fegato che evolve in senso negativo fino allo stadio irreversibile della cirrosi in cui questo diventa irrimediabilmente fibroso. In questi casi si osserva spesso anche una ritenzione di liquidi nella parte di addome a valle del fegato, il “pancione del bevitore”. Vi sono poi i danni a carico del sistema nervoso con perdite più o meno gravi della memoria, crisi epilettiche, polinevriti che causano grande difficoltà nella deambulazione, fino ai casi più gravi di vera e propria demenza alcolica. La crisi di astinenza nell’alcolista cronico, peggiore di quella dell’eroinomane, può poi portare al “delirium tremens” con perdita di orientamento, febbre, visione di miriadi di insetti che invadono ogni cosa e il proprio stesso corpo… A ciò bisogna ancora aggiungere le distrofie cutanee che producono le tipiche mani da alcolista rosse e gonfie, e una aumentata incidenza oncologica a carico di bocca, esofago, stomaco e fegato.
Ma oltre ai danni fisici si devono anche ricordare gli enormi danni di tipo sociale e relazionale che gli alcolisti cronici provocano nel loro ambiente familiare in cui partner e figli in primis si trovano a vivere situazioni di grandissimo disagio, quando non di violenza conclamata. Infine vi è il rischio non da sottovalutarsi che il modello negativo offerto dall’alcolista possa essere a sua volta assorbito anche dai figli.

Perché si inizia a bere in modo eccesivo?

In Italia in un certo senso bevono tutti, è un comportamento accettato regolarmente. Chi inizia a bere molto, in genere lo fa perché è un soggetto maggiormente vulnerabile oppure per motivi contingenti come separazioni, lutti o perdita del lavoro. Il bere dei giovani è invece più dovuto all’assorbimento del modello culturale nord-europeo che porta ai comportamenti poc’anzi descritti. Di solito, inoltre, i bevitori più giovani non hanno una adeguata percezione dei pericoli insiti nell’abuso di alcol.

Chi beve troppo dove beve?

In genere si inizia a bere in compagnia, con il gruppo dei pari, poi, mano a mano che la dipendenza peggiora, il consumo diventa più “autistico” e slegato da un sia pur distorto contesto relazionale. L’alcolismo è un processo evolutivo lungo e lento che a partire da una dimensione sociale diventa abitudine e infine dipendenza.

In tutta franchezza dottore, si può effettivamente fare qualcosa per aiutare un alcolista cronico?

Si può fare molto. L’intervento su un alcolista è una azione complessa che compete certamente al SerT e ai medici di base ma deve necessariamente estendersi anche alla sfera sociale e culturale. È molto importante la collaborazione offerta dai volontari che operano nel settore, primi fra tutti gli Alcolisti Anonimi (AA) e i Club Alcologici Territoriali (CAT), che supportano gli interventi medici e psicologici. In gran parte infatti queste persone sono ex alcolisti che più e meglio di altri sono in grado di comprendere ed aiutare chi ancora è vittima di questa dipendenza.

Massimo Damiano