23 dicembre 2014

E mi tocca correre.
È inutile usare il metodo “cinque minuti”, secondo cui, spostando avanti tutti i propri orologi, si riesce a non essere mai in ritardo, dato che, ad esempio, si parte alle 6:30 quando in realtà sono le 6:25. Un ingegnoso trucco in cui ingannato e ingannatore coincidono. Ovvero, uno dovrebbe fregarsi da solo. Ma io sono furba come una volpe, io, non ci casco… E mi tocca correre. È inutile mettere sul bordo del letto gli abiti pronti per il mattino successivo, la caffettiera già preparata sul fuoco… Non parliamo nemmeno delle sveglie, poi, queste acerrime nemiche del genere umano, di una malvagità paragonabile solo, forse, a qualche paraorecchie di Hello Kitty che mi è capitato di vedere.
La vita, per una pendolare e per di più ritardataria cronica, riserva avventure straordinarie e risvolti sorprendenti. Partiamo dal fatto che nella maggior parte dei casi il pendolare è costretto ogni mattina a una levataccia. E certo il buio pesto, gli occhi lampeggianti dei gufi e i 75 gradi sotto lo zero non incoraggiano a tuffarsi con brio nel mondo esterno. Passata la fase traumatica dell’acqua sul viso e del trucco approssimativo e asimmetrico, al punto da farvi sembrare uno strano ibrido tra Ziggy Stardust e un panda sbilenco, arriva il tempo della colazione. Per chi ce l’ha, il tempo. Per chi non può permettersi di sostare ad assaggiare tutte le diciannove marmellatine fatte dalla nonna, questo pasto si riduce a un caffè veloce che puntualmente vi ustiona e un biscotto secco che puntualmente vi va di traverso. Dopodiché si legano le scarpe con nodi che farebbero impallidire anche il più imbecille dei marinai, e ci si imbacucca con guanti, cappello, sciarpa e cappotto. Indumenti che siete costretti a indossare contro il gelo mattutino ma che vi faranno sudare come beduini sulle scale di Palazzo Nuovo.
Per fortuna in macchina c’è Welcome to the jungle che vi dà la carica e risveglia il rallysta che è in voi durante il tragitto verso la stazione. Filerebbe tutto liscio, non fosse che proprio oggi (e oggi guarda caso è ogni giorno) è la Giornata Nazionale dei Babbei al Volante. Il fatto, poi, che l’autoradio capti dodici frequenze uzbeke ma non quella che volete voi inizia ad innervosirvi leggermente.
Parcheggiata la macchina in un posto a caso e vi precipitate verso i binari. Il terrore però vi assale: è lunedì. L’abbonamento! Cambiate rotta e lanciate la vostra tessera magnetica all’edicolante (in coppia col quale, ormai avete deciso, parteciperete ai prossimi Mondiali di Frisbee), schiaffate i soldi sopra il mucchio di quotidiani, arraffate nuovamente la tessera e con scatto felino vi dirigete al treno. Il colore verde pulsante per l’apertura automatica delle porte vi dice trionfalmente che sì, ce l’avete fatta anche oggi. Sotto lo sguardo di disappunto-scherno del capostazione, salite, soffiando come una locomotiva a vapore.
Fosse finita qua. Ora vi toccherà sopportare il clima equatoriale o artico, a seconda dei giorni, le gocce marrognole che cadono dal soffitto, il sovraffollamento, la rumorosità degli studenti che freneticamente copiano i compiti di matematica o descrivono l’ultimo rocambolesco sabato sera, e poi i coccodè (ah no, volevo dire pettegolezzi) delle comari, e ancora le porte malfunzionanti, i ritardi, le coincidenze che non coincidono, le soppressioni…
Però conoscete la vostra ricompensa, cari compagni di pendolarità. L’emozione che traspare dal viso della signora di fronte a voi, mentre legge il libro che tiene in mano. La vocetta entusiasta del bambino che fa la sua prima esperienza del treno ed esclama: «Papà, guarda come andiamo veloce!» Il carretto di legno con le piantine di fiori alla stazione Nichelino. Ma prima di tutto, e soprattutto, il cielo. Il pendolare è ripagato da ogni stella, ogni sorriso di luna, ogni nuvola, ogni alba che può vedere dal finestrino. Oh, sì, ci guadagnate il colore dell’alba.
Rincuorati, tirate un sospiro di sollievo e chiudete gli occhi. Ora potete riposare. Prima di assopirvi, due pensieri nascono e subito si spengono in mezzo ai vostri neuroni, anch’essi pendolari: spero di non svegliarmi a Chivasso ma, soprattutto, c’è anche il ritorno.

Annalisa Barra

stazione