4 marzo. Dice che era un bell’uomo e veniva… Ah no, non si parla del 1943. Siamo nel 2018 e il 4 marzo significa elezioni politiche. Già, manca meno di un mese al fatidico giorno delle urne.
Si vota per eleggere deputati e senatori della Camera e del Senato. Liste, coalizioni, nominativi, candidati, collegi uninominali. Ancora una volta, eccoci a tirare fuori da un cassetto la tessera elettorale. Eccoci a esercitare il nostro diritto e dovere civico espresso dall’articolo 48 della Costituzione. Per la prima volta verrà applicata la legge 3 novembre 2017, n. 165, per gli amici “Rosatellum”.
Ma cosa pensano i giovani delle votazioni in generale e di queste elezioni in particolare?
«La sensazione dominante è la delusione» dice la mia amica Sissi. «Non c’è un programma politico in cui riconoscersi appieno» prosegue lei – questa storia non mi è nuova, viene da dire a me.
«Avrei voluto risposte, anche semplici, anche di sacrificio, a proposito di ambiente ad esempio, verso il futuro che dovremo vivere! Anche solo piccoli mattoncini». Lo scoraggiamento della mia amica, che ammette di avere una visione poco ottimista, mi fa riflettere.
Cosa dobbiamo aspettarci se il 1994, il mio anno di nascita, nella testa di tutti risulta come l’inizio di una particolare fase della storia politica italiana che, a quanto pare, non si è ancora conclusa e che, a quanto pare, non è motivo di grande orgoglio nazionale?
Cosa dobbiamo aspettarci se la massima fonte di informazione politica sono i meme che si susseguono numerosi nella home di Facebook? Pure la voce di Ghali, dalla radio, mi chiede quale sia la differenza tra sinistra e destra, se «cambiano i ministri ma non la minestra».
Il fatto è che, credo, quello di cui siamo (ormai?) in difetto è una cultura del voto. Un interesse di approfondimento e assimilazione consapevole, un attaccamento all’esperienza di partecipare e contribuire alla scelta del proprio governo. Un affetto per la “res publica”, che riguarda la vita di tutti quanti. Come ha ricordato il professor Ivano Dionigi in una recente conferenza presso il liceo Porporato, è nel “partecipare insieme ad un privilegio” (con-munus) la radice – etimologica e politica – della comunità.
Una voglia, insomma, di non essere inerti, di non essere ignavi. Ed è con le parole de Lo Stato Sociale (i quali, a prescindere dall’essere carini e coccolosi e corredati da “vecchia-che-balla”, scrivono davvero bene) che auguro ai giovani del territorio e di tutta Italia di interessarsi, di riflettere, di crederci: «Ogni volta che scegli tu scegli il tipo di schiavo che non sarai».

 

Annalisa Barra

giovani