Maggio 2014

Nel luglio 1954 apparve in libreria il primo volume de Il Signore degli Anelli. Per festeggiare i “Sessant’anni di Frodo”, l’associazione Sentieri Tolkieniani ha dedicato la seconda conferenza del ciclo Le domeniche di Tolkien ad un approfondimento su come l’opera è stata recepita e compresa dalla critica. Ospite dell’evento svoltosi al castello di Osasco domenica 6 aprile, Paolo Gulisano, medico e scrittore tolkieniano, ma non solo. A moderare la serata il direttore di Vita Diocesana Pinerolese, Patrizio Righero.
Sessant’anni è solo l’infanzia per un capolavoro letterario , ma la vita de Il Signore degli Anelli ha già avuto grande successo anche in altri campi: musica, arte e soprattutto cinema. Molte parole sono state spese su Tolkien e il suo mondo. Non sempre viene colta la profondità di valori che il libro porta con sé. Bisogna leggere tra le righe dell’intero romanzo, appendici comprese. Ma forse nemmeno questo basta per capire che cosa Tolkien ha voluto comunicare. Lo dimostra il critico statunitense Edmund Wilson, in un pezzo apparso su The Nation nel 1956, che Gulisano ha definito “madre delle stroncature”: nel suo lungo e ironico, nonché dettagliatamente colto, articolo, il signor Wilson arriva a definire Il Signore degli Anelli un «trash bambinesco per coloro che amano regredire di fronte ad oggetti da fanciulli». Insomma, l’opera del professor Tolkien sarebbe robaccia per bambini o adulti che si divertono con favolette.
Come mai, ci si chiede, tutto questo successo tra adulti e letterati? Michael Hilary Tolkien, figlio del professore, così commentò nel 1964 il successo del padre: «Almeno per me non c’è nulla di misterioso nell’entità del successo toccato a mio padre, il cui genio non ha fatto che rispondere all’invocazione di persone di ogni età e carattere, stanche e nauseate dalla bruttezza, dall’instabilità, dai valori d’accatto, dalle filosofie spicciole che sono stati spacciati loro come tristi sostituti della bellezza, del senso del mistero, dell’esaltazione, dell’avventura, dell’eroismo e della gioia, cose senza le quali l’anima stessa dell’uomo inaridisce e muore dentro di lui».
Tolkien, che amava Dio e la Bellezza, ha voluto regalarcene un pezzo.

Michael lo spiega perfettamente: Tolkien ha risposto al bisogno di bellezza attraverso la letteratura. Ha donato dei valori, senza pretendere di evangelizzare attraverso le sue parole. Ha voluto dare spazio alla bellezza attraverso i mondi a lui cari, ma restando ben attaccato ai bisogni della realtà presente a lui e anche a quella futura. Quello che si legge in Tolkien è un fantasy positivo, solare. Non è una fiaba a lieto fine, però sotto alla tentazione del potere, aleggia sempre una profonda Speranza che si concretizza nel forte valore dell’Amicizia presente in tutto il romanzo.

Il Signore degli Anelli non è un libro per bambini: può ricordarci che un tempo lo siamo stati e che esserlo nel cuore ci rende solo più curiosi alle bellezze della vita.

 

Simona Valcarenghi

pato e gulisano