13 gennaio 2015

Dal 2016 nelle scuole finlandesi sarà eliminato l’insegnamento della scrittura a mano. O meglio, ai bambini non sarà più insegnato a scrivere in corsivo, ma solamente in stampatello, e sarà inoltre introdotto l’insegnamento della scrittura tramite digitazione a computer. Questo passaggio “dall’inchiostro alla tastiera” sarebbe la scelta più coerente con l’era digitale, in cui siamo entrati da una trentina d’anni ormai, e i mezzi tecnologici da essa offerti. Nel mondo della scuola svolte del genere, in chiave digitale, avvengono effettivamente da alcuni anni: prima sono arrivati i “libri misti”, cartacei sì, ma con integrazioni sul web, poi abbiamo visto apparire, nelle classi, le plurifunzionali LIM (Lavagne Interattive Multimediali) e infine i registri e i libretti elettronici.
Mi chiedo… Ciò sottende la morte totale della scrittura? Abbiamo forse paura della carta? Paura del gesso, della grafite e dell’inchiostro? Paura di sporcarci i polpastrelli, di farci venire il cosiddetto callo dello scrittore, compagno della frenesia nel prendere appunti? Paura di affaticare i muscoli delle dita e della mano nello stringere la penna e nello scorrere sul foglio? Forse sì.
Eppure, c’è chi continua a riempire fogli non comprimibili in kilobyte, nè in cartelle zip, ma solo nell’accartocciamento fisico, nella mano. Fogli che occupano spazio materiale, si ammucchiano e stropicciano sulla scrivania, accanto al letto, nella borsa. Queste stesse righe hanno visto la loro nascita grazie al carbonio di una matita e alla cellulosa della carta. Solo in seguito sono diventate un file per finire sotto i tuoi occhi, lettore.
Ora, ho vent’anni e sarò vecchia dentro. Non sono assolutamente contro la tecnologia, ma nella sparizione della scrittura si può forse vedere del progresso? Io non desidererei mai che i miei figli disimparino, o peggio, non imparino a scrivere.
Quanta bellezza c’è nella diversità di ogni grafia, personale come una firma (che, infatti, è per sua natura fatta a mano… per ora), come un’impronta digitale! Certo, forse si potrebbe parlare di maggiore democraticità della scrittura digitale, uguale per tutti, andando a scapito però dell’individualità dello scrivente. Il carattere corsivo in particolare, a detta degli esperti di psicologia, esprime più chiaramente la dimensione intima della personalità. Quanta bellezza, poi, nella fatica di tracciare, per le primissime volte, quei segni che, nella loro semplicità, ci permettono di fissare il pensiero e di comunicare! Gli stessi pedagogisti hanno asserito l’importanza della scrittura nello sviluppo intellettivo e psico-motorio dei bambini. Numerosi esperimenti hanno dimostrato inoltre che le parole apprese quando si impara a scrivere spesso vengono compitate meglio di quelle imparate al computer.
Sono passati più di cinquemila anni da quando per la prima volta un omino, in Mesopotamia, tracciava dei segni che non volevano più rappresentare le bestie che cacciava o le armi di cui si serviva. Prima era Preistoria. Da quei segni tracciati inizia la Storia, la Storia dell’uomo scrittore.
Mi auguro che l’uomo non abbandoni ciò che fa parte della sua storia culturale e della sua stessa potenzialità cerebrale, la capacità di scrivere. Spero che la scrittura, e nella fattispecie i bellissimi tratti del corsivo, che lega lettere e pensieri, non scompaiano. Desidero che non arrivi mai il giorno in cui l’uomo posi sulla scrittura a mano uno sguardo stranito ed estraneo. Il momento in cui non riconosca più il discrimine, in cui non sia più conscio che le lettere non sono qualcosa di insito nel computer, pronte a essere digitate e trasformate in pixel.
La mia mano corre ancora sulla carta, impugnando la penna, consapevole dell’alta dignità e del prezioso valore della scrittura. E la vostra?

Annalisa Barra