Lo scorso 19 maggio il governo ha introdotto pesanti sanzioni (multe fino a 7.500 euro, segnalazione al Tribunale dei minorenni per la sospensione della potestà genitoriale e impossibilità di iscrivere bambini non vaccinati ad asili e scuole dell’infanzia) per i genitori che non hanno sottoposto o si rifiutano di sottoporre i figli a 12 vaccinazioni dichiarate obbligatorie per legge. Lo strumento utilizzato è stato quello del decreto legge, un atto normativo immediatamente valido, ma che deve essere convertito in legge dal Parlamento entro 60 giorni dalla pubblicazione, pena la decadenza dei suoi effetti; poiché lo scopo del presente articolo è operare una riflessione di natura bioetica, non scenderemo in valutazioni politiche (il decreto legge è utilizzabile per casi di “straordinaria necessità e urgenza” secondo l’art. 77 della Costituzione, caratteristiche che in questo caso sembrano mancare) e neppure medico-scientifiche sull’efficacia, utilità e rischi delle vaccinazioni di massa, valutazioni che lasciamo ad altri contesti più appropriati.

La Costituzione all’art. 32 garantisce la libertà di cura (“nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”) e all’art. 34 il diritto all’educazione: “La scuola è aperta a tutti”; già a un primo esame il decreto appare estremamente discutibile, in quanto sembra in contrasto con diritti costituzionali, ma anche questo non sarà argomento di questo articolo, sebbene sia lo spunto da cui origina la nostra riflessione.

Partiamo dalla valutazione sull’eticità di obbligare ad assumere un farmaco contro la volontà del paziente (o in questo caso dei genitori). Negli Stati democratici moderni, a quali l’Italia dovrebbe almeno sulla carta (costituzionale) appartenere, la dignità della persona è tutelata e lo Stato dovrebbe essere inteso al servizio del cittadino e non “padrone” dei suoi cittadini, come invece sono stati i regimi totalitari del secolo scorso. Se si tutela la libertà della persona, nessuno può essere obbligato a sottoporsi a una cura, eccetto i casi di emergenza (un’epidemia che mette a rischio la vita dell’intera comunità), in cui si possono imporre anche pesanti restrizioni della libertà personale (la quarantena per arginare il contagio); anche nel caso in cui il rischio di contrarre la malattia è alto (malattie “endemiche”, cioè costantemente presenti sul territorio) l’obbligo di vaccinazione assume senso etico nel proteggere la comunità e i singoli cittadini, nonostante i rischi e gli effetti avversi “collaterali” (per intolleranza o allergia a qualche componente), perché in questo caso il rischio di contrarre la malattia in forma grave è nettamente superiore al rischio di subire danni da qualche effetto collaterale.

Attualmente in Italia non siamo di fronte né a epidemie (situazione in cui una grande parte della popolazione è contagiata e ammalata) né a malattie endemiche (quando non ci sono molte persone ammalate contemporaneamente, ma il rischio di contrarre la malattia è comunque alto), perciò il decreto sull’obbligo di vaccinazioni di massa appare eticamente discutibile, soprattutto se legato a pesanti sanzioni e subdoli “ricatti”, che sembrano decisamente anticostituzionali (negazione del diritto all’istruzione, discriminazione fra vaccinati e non).

I rapporti dell’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco, incaricata della farmacovigilanza) riportano numeri considerevoli di eventi avversi anche gravi, in crescita costante (da 750 nel 2003 a 7.892 nel 2015, con un picco di 8.182 nel 2014) e soprattutto con una percentuale maggiore nella tenera età (fra 0 e 24 mesi); per questo motivo, una discreta percentuale genitori (molti anche su consiglio del pediatra) ha deciso di non sottoporre i propri figli a tutte le vaccinazioni attualmente disponibili, nel timore che alcune possano presentare un rapporto rischio-beneficio troppo alto. Una critica spesso rivolta a questi genitori è che la loro scelta sarebbe egoistica, in quanto non garantendo la copertura di tutta la popolazione esporrebbe altri bambini al rischio di contagiarsi. Anche in questo caso, si tratta di un’accusa infondata dal punto di vista etico, perché non è possibile pretendere di “sacrificare” alcuni bambini che potrebbero andare incontro a eventi avversi gravi, giustificandosi con il fine buono di proteggere tutti gli altri; dal punto di vista soggettivo, i genitori hanno il dovere di proteggere i propri figli e non si può chiedere loro di affrontare rischi potenziali quando non ve n’è una reale e immediata necessità. Per chiarire questo concetto, pensiamo a una donna in gravidanza che scoprisse di essere ammalata di cancro e fosse posta di fronte all’alternativa di curarsi (perdendo il bambino per effetto delle terapie chemioterapiche) oppure di portare a termine la gravidanza (con il rischio di non curarsi tempestivamente e quindi di morire): in questo caso se la donna scegliesse di non curarsi per mettere al mondo il suo bambino, sarebbe a tutti gli effetti un atto eroico e di valore etico altissimo, in termini più tecnici “super-erogatorio”, ovvero qualcosa che non è tenuta a fare e che nessuno può pretendere da lei; se invece decidesse di sottoporsi a chemioterapia e perdesse il bambino, nessuno potrebbe accusarla di egoismo, perché appunto non si può pretendere da lei che rinunci al suo diritto di curare la propria salute.

Alla luce di queste considerazioni bioetiche è auspicabile che il Parlamento non ratifichi questo atto del governo e piuttosto imposti una politica che favorisca la conoscenza dei reali benefici delle vaccinazioni, allo stesso tempo vigilando con trasparenza sugli eventi avversi, per eliminarne le cause e rendere le vaccinazioni più sicure e quindi accettabili per tutti.

 

Dr. Mario R. Cappellin

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