Sono arrivate nei giorni scorsi dall’Unione Europea buone notizie sull’economia, ma meno buone sul futuro delle sue Istituzioni, mentre cresce l’attesa per il prossimo 4 marzo, quando il voto italiano e quello dei socialdemocratici tedeschi chiariranno meglio quale potrebbe essere il futuro del processo di integrazione europea.

A fine gennaio i servizi statistici UE hanno comunicato un significativo rientro del tasso di disoccupazione, il più basso registrato dal gennaio 2009, quando esplose la grave crisi economica che ha segnato anche il profilo sociale europeo, con gli attuali quasi 18 milioni di disoccupati.

Fa ben sperare per il futuro il ritmo di crescita previsto nell’UE del 2,3% per il 2018 e ancora del 2% nel 2019, come risulta dalle “previsioni economiche intermedie d’inverno”, rese note lo scorso 7 febbraio, riviste in rialzo rispetto alle previsioni dello scorso autunno. Stabile anche l’inflazione, prevista all’1,5% nel 2018 e all’1,6% nel 2019.

In questo quadro incoraggiante, spicca in controtendenza una decisione del Parlamento europeo sul futuro delle Istituzioni UE.

Sempre il 7 febbraio scorso l’Assemblea plenaria di Strasburgo ha bocciato con 368 voti contrari e 274 favorevoli il principio di riservare una trentina di seggi del futuro Parlamento a liste transnazionali, cogliendo l’occasione della prevista uscita dall’UE della Gran Bretagna cui sono attribuiti oggi 73 seggi. L’iniziativa, approvata in sede di Commissione istituzionale e sostenuta da Francia e Italia, puntava ad accrescere la dimensione transnazionale europea della legittimità democratica delle Istituzioni UE, contribuendo così a incoraggiare un percorso verso un’Unione politica europea.

In compenso, nel corso della stessa sessione, il Parlamento europeo ha confermato la sua volontà di forzare, come avvenuto nel 2014, il Consiglio europeo a scegliere come Presidente della Commissione il candidato capofila del partito vittorioso alle prossime elezioni. Una “forzatura” che da una parte accresce la rilevanza politica comunitaria della funzione della Commissione ma, dall’altra, è osteggiata dai governi nazionali cui spetta, secondo gli attuali Trattati, la decisione. Si tratta per il Parlamento di un condivisibile orientamento, in parte indebolito dal rifiuto delle liste transnazionali, un’occasione persa per quanti puntano a una progressiva integrazione politica continentale.

Intanto, ad aggravare le incertezze nei cieli d’Europa, pesa la vigilia dell’imminente voto italiano e il referendum cui saranno chiamati i membri del Partito socialdemocratico (SPD) a decidere in merito alla ripresa di una Grande Coalizione con il centro destra guidato da Angela Merkel. Difficile pronosticare l’esito di questo voto, dopo le sorprese riservate all’UE dallo strumento referendario: in caso di rifiuto dell’accordo di coalizione le conseguenze non peserebbero solo sulla Germania, con il rischio di elezioni anticipate, ma anche sul futuro dell’Europa e, in particolare, sul ruolo del motore franco-tedesco in favore di un rilancio del processo di integrazione europea.

Superfluo richiamare ancora una volta l’impatto che sul futuro dell’Europa avrà l’esito delle elezioni politiche italiane che sembrano annunciare un indebolimento del coinvolgimento dell’Italia in Europa, sia che prevalga una situazione di instabilità politica, sia che prevalgano forze tiepidi, se non ostili, al rilancio del processo di integrazione europea.

Nell’agenda europea, il prossimo 4 marzo non sarà una data banale.

 

Franco Chittolina – AGD