È sempre quando le cose vanno a rovescio che si torna a parlare di Stato di diritto. Come sta accadendo di questi tempi nella Turchia del sultano Erdogan, nella Polonia dell’ultra-conservatore Kaczynski o nella Francia di François Hollande. Affiora per questi tre Paesi, in contesti tra loro molto diversi, un tema comune che chiama in causa il rispetto delle regole della democrazia liberale, quella che ha ispirato le Costituzioni europee.

Quando si dice “Stato di diritto” in genere si pensa a uno Stato che rispetta la democrazia, dove s’impone la divisione dei poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) e esiste una costruzione piramidale delle norme giuridiche con al vertice la Costituzione e, a discendere, via via, le leggi, i regolamenti e gli atti amministrativi. Apparentemente semplice questa costruzione non implica necessariamente che da essa sia salvaguardato lo Stato di diritto e, con esso, la democrazia. Di qui la difficoltà nell’interpretare situazioni complesse in contesti storici molto diversi tra di loro. Per mettere in guardia da giudizi troppo affrettati si cita il caso del regime nazista, rispettoso della gerarchia delle norme stabilite dal potere, con le conseguenze che sappiamo.

In genere, per semplicità di analisi, si puntano i riflettori sul vertice della costruzione delle regole giuridiche, la Costituzione, per giudicare la coerenza delle norme derivate e dei comportamenti del potere, in particolare di quello esecutivo.

Nel caso della Turchia e della Polonia (ma vale anche per le riforme intervenute in Ungheria) sotto accusa è il tentativo di manomettere la Costituzione esistente: nel caso turco per approdare a un regime presidenziale destinato ad accentrare il potere nelle mani di Erdogan, con tanti saluti alle libertà della stampa, della magistratura e delle opposizioni.

Nel caso della Polonia si assiste a un tentativo meno rozzo ma non meno pericoloso, in particolare per quanto concerne la nomina dei membri del Tribunale costituzionale, le norme che lo regolano e la libertà di stampa e di espressione.

Più delicato il caso della Francia che, sotto i molteplici colpi del terrorismo, è alle prese con un serrato confronto politico sull’opportunità di limitare temporaneamente alcune norme dello Stato di diritto in nome della sicurezza dei cittadini. In Francia limitazioni sono già intervenute con la dichiarazione dello stato di urgenza, prorogato per altri sei mesi dopo l’attentato di Nizza, con la destra che ha colto l’occasione dell’assassinio di padre Jacques Hamal vicino a Rouen per chiedere nuove misure di sicurezza, limitando ulteriormente lo Stato di diritto.

Non giova al dibattito, non privo di fondamento, il clima di una vigilia elettorale che si fa sempre più infuocata e che vede favorita l’ultra-destra di Marine Le Pen, con i conservatori alla Sarkozy  che non esitano a rincorrerla su quel terreno praticamente scivoloso.

Viene naturale a questo punto chiedersi quale sia oggi il sentimento che guida in generale la politica italiana sul tema della sicurezza e le limitazioni dello Stato di diritto.  In assenza di una vigilia elettorale imminente l’argomento resta nei limiti di un confronto civile, grazie anche all’esperienza positiva vissuta nella lotta al terrorismo nostrano senza ricorrere a leggi speciali. Solo la voce rozza e spregiudicata di Matteo Salvini urla fuori dal coro. Ma non è una ragione per sottovalutare un tema di estrema attualità e che affiorerà anche in Italia quando mai si decidesse di affrontare seriamente i contenuti della riforma costituzionale in vista del  futuro referendum.

Franco Chittolina – AGD

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