La Gran Bretagna è vicina all’uscita dall’UE, non si sa ancora se dal mercato unico o anche dall’unione doganale; la Spagna è alla vigilia di un’ennesima crisi politica nazionale, senza intravvedere una soluzione per la Catalogna; la Francia è in preda a crescenti movimenti di protesta e la stessa Germania è ancora alla ricerca di una via d’uscita dalle incertezze provocate dal voto dello scorso settembre.

A Est i Paesi di Visegrad, e altri a loro limitrofi, continuano a muovere in rotta di collisione con Bruxelles e non sarà certo il futuro bilancio UE 2021-2027 a ricondurli verso l’originario progetto europeo, stante anche la disinvoltura con cui interpretano le regole della democrazia.

In questo quadro le preoccupazioni che si concentrano in questi giorni sull’Italia rischiano di alterare, oscurandole, le proporzioni dell’innegabile crisi europea in corso. Ma è comprensibile: nell’UE, l’Italia è uno dei sei Paesi fondatori, è la terza economia dell’eurozona e la seconda nel settore manifatturiero, occupa nel quadrante caldo del Mediterraneo una postazione sensibile; ma è anche il Paese con il più alto debito pubblico (132% sul PIL) dopo la Grecia, con un sistema bancario particolarmente esposto e, adesso, con un quadro politico e istituzionale scosso da forti turbolenze che potrebbero avere conseguenze sulla democrazia e la vita degli italiani, con straripamenti nel resto d’Europa.

C’è quanto basta per allarmare Bruxelles e le altre capitali europee, magari anche tentate di riversare sull’Italia un malessere che, a titoli diversi, è anche loro e di loro responsabilità. In particolare della responsabilità di Bruxelles, da anni sollecitata da più parti a maggiore iniziativa politica, con più coraggiosa autonomia rispetto a Paesi “pesanti” come la Germania, o che si presumono tali come la Francia. Un’iniziativa che è mancata in particolare nell’occasione offerta dalla caduta del Muro di Berlino nel 1989 e, a inizio secolo, alla vigilia dell’ultimo grande allargamento.

Ci sono nella storia treni che non ripassano: è stato il caso nel 1954 con l’affossamento della Comunità europea della difesa (CED), nei primi anni 2000, con la prospettiva mancata di dare una Costituzione all’UE (allora ancora a 15), dopo lo choc della guerra nella ex-Jugoslavia e l’attentato del 2001 alle Torri gemelle a New York. Poteva essere anche un’occasione la lunga crisi economica che abbiamo vissuto: i “sonnambuli” al vertice dell’UE avrebbero potuto farne una leva per una svolta nelle politiche economiche, temperando l’austerità e stimolando la crescita.

Altri campanelli di allarme sono suonati più recentemente: nel 2016 quello di Brexit e di Donald Trump alla presidenza degli USA e nel 2017 il brivido francese sotto l’incalzare dei populismi di destra e sinistra. Adesso è la volta dell’Italia, dove il successo senza vittoria del nazionalpopulismo giallo-verde di Cinque stelle e Lega manda un ultimo, più inquietante, segnale di allarme all’UE, comunque si concluda la vicenda politica in corso.

Certo non conforta il detto popolare: “Mal comune mezzo gaudio”, ma almeno serve a chiamare tutti, e non solo l’Italia, sul banco degli imputati e, soprattutto, a chiamare a raccolta e ad una pacifica lotta di resistenza quanti nel progetto di unificazione europea ancora credono, consapevoli dei rischi che alla pace, alla convivenza civile e alla democrazia fra i popoli d’Europa fa correre il ritorno al mito della “sovranità nazionali”. Ce lo ha insegnato abbondantemente la nostra storia nella prima metà del ‘900: cerchiamo di averlo a mente almeno adesso, ricordando i cento anni dalla fine della Prima guerra mondiale. Allora non la si chiamò “Prima”, ma “Guerra europea”,  sperando che fosse anche l’ultima, convinti che l’Europa suicidatasi allora sarebbe risorta e avrebbe imparato. Purtroppo non andò così.

Franco Chittolina – AGD