Anche dopo il terribile delitto di Ferrara, lo stereotipo analitico suona più o meno così: famiglia, scuola ed agenzie educative si rivelano deboli ed incapaci di rispondere al disagio esistenziale degli adolescenti. Credo che lo sport nazionale di buttare la croce addosso a genitori, insegnanti ed educatori sia un’operazione profondamente sbagliata perché de-responsabilizza tutti gli altri adulti che, in diversa misura, contribuiscono a generale o ad alimentare il disagio, salvo poi chiedere ad altri di risolverlo o arginarlo. Alcuni esempi possono aiutare a capire. Sono adulti quelli che gestiscono i luoghi del divertimento dove, magari la domenica pomeriggio, svestitissime ragazzine ballano sul cubo; sono adulti quelli che vendono o servono alcolici ai minori; sono adulti normalissimi quelli che lasciano case e capannoni liberi per consentire ai figli ed ai loro amici di organizzare feste che, finite, vomitano sulla strada adolescenti devastati, tra cui ragazze pronte per la visita al consultorio dove scoprono cos’hanno fatto tra fumi e bevute; sono adulti quelli che producono i reality-show che propongono il fannullismo come obiettivo sociale riconosciuto; sono adulti quelli che macellano la vita di migliaia di adolescenti e giovani dicendo di interessarsi alla loro musica e al loro ballo, ma che poi, davanti alle telecamere, li istigano al litigio, alla sfida e all’eliminazione del compagno di studi, alla ribellione verso gli insegnanti, obbligandoli a subire la dirompente umiliazione del televoto; sono adulti quelli che mettono in mano a tardo-infanti quell’esposizione universale incontrollata e incontrollabile che è lo smartphone collegato al web; sono adulti quelli che lasciano in mano ai bambini videogiochi vietati ai minori; sono adulti quelli che cantano, suonano, scrivono che la libertà di fare quello che si vuole è un diritto assoluto ed intangibile e che i “ma” ed i “però” sono solo ostacoli da abbattere. A onor del vero, sono adulti anche quelli che, in buona e santa fede, ripropongono, come in troppe comunità cristiane, stereotipi progettuali, linguistici e comunicativi obsoleti, servendo la Verità con poca fatica di pensiero, mentre là fuori altri adulti imbellettano cadaveri, spacciandoli per star ollivudiàne, con l’amaro risultato che per vent’anni, più o meno dai 12 ai 32 dicono le statistiche, quelle che dovrebbero essere le più belle risorse della Chiesa vengono in massa gettate in gorghi esistenziali diabolicamente illusori e distruttivi. Occorre veramente fermarsi non solo a riflettere, ma a riflettere su cosa fare, partendo da due convinzioni. La prima: l’educazione deve passare da un sano rapporto degli adolescenti con i mezzi di comunicazione mass-mediale dove, spiace dirlo, i modelli antropologici sono radicalmente agli antipodi sia di quelli cristiani, sia di quelli che possano garantire una primaria convivenza sociale; i contenuti con cui crescono gli adolescenti smartphonizzati non vengono dalla famiglia, dalla scuola, dalla parrocchia, come molti ancora si illudono, ma da quello che arriva prima, più facilmente e più spesso, ovvero quello che hanno, è il caso di dirlo, a portata di mano. La seconda: è necessario diventare competenti spine nel fianco della televisione, della radio, della musica, dei gestori di reti, agendo quotidianamente nei mass-media, nella cultura, nella società e nella politica, per salvare i giovani dalla cupidigia degli adulti che di sicuro hanno a cuore il loro proprio portafoglio. Non è vero, dunque, come dicono alcuni, che i nostri figli non hanno maestri; è vero piuttosto che i maestri ci sono, sono tanti e che spesso sono cattivi.

Marco Brusati — AGD

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