Molto è capitato nell’UE in questi ultimi anni e, in particolare, nel corso di questa estate iniziata (male), con l’esito del referendum inglese in favore dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione, e con i concitati e spesso divisivi incontri tra il leader dei governi europei alla corte della candidata “regina d’Europa”, Angela Merkel.

Questa settimana offre due importanti occasioni per andare a vedere le carte: il discorso mercoledì al Parlamento europeo sullo stato dell’Unione del Presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker e, venerdì e sabato a Bratislava, il Vertice informale dei Capi di Stato e di governo per orientarsi nel dopo Brexit.

Juncker non si è particolarmente distinto, in questi suoi due primi anni di mandato di Presidente della Commissione europea, come un leader particolarmente forte, nonostante – e forse anche a causa – della sua relativa legittimazione politica conquistata con le elezioni europee del 2014. E tuttavia si è a più riprese segnalato per parole forti pronunciate sullo stato di salute dell’Unione e sull’inadeguatezza decisionale dei governanti nazionali UE di fronte alle molteplici crisi di cui è vittima e responsabile l’Unione.

Questa tonalità del discorso sull’Unione fu evidente nel settembre 2015 e non stupisce che sia ritornata adesso, anche se con maggiore realismo, in presenza di problemi che nel frattempo si sono ulteriormente aggravati, fino a fargli evocare una “crisi esistenziale” dell’UE.

Tra questi, ha occupato un posto centrale il tema della stentata crescita e dei margini di flessibilità dei conti pubblici nazionali, per non spegnere i modesti fremiti di ripresa che cominciano a manifestarsi; il permanere di un livello troppo alto di disoccupazione, da contrastare con un raddoppio delle risorse UE destinate agli investimenti e la questione irrisolta dell’accoglienza dei rifugiati, con le richieste di asilo quadruplicate rispetto negli ultimi cinque anni, e con la proposta di un nuovo piano di investimenti per lo sviluppo dei Paesi di provenienza dei migranti, l’Africa in particolare, con una prima dotazione di 44 miliardi di euro.

Sul tavolo è tornato anche il tema delicato dell’avvio di una politica di sicurezza e di difesa europea, anche se non ancora quello di un esercito europeo: un argomento tabù in Europa fin dai tempi dell’affondamento francese nel 1954 della Comunità europea della difesa (CED) e che torna a far capolino adesso con i conflitti armati ai nostri confini e le incursioni terroristiche all’interno dell’UE; una possibilità liberata, almeno provvisoriamente, dalla prospettiva di un’uscita dall’UE della Gran Bretagna, da sempre ostacolo a una politica comune in materia.

Sullo sfondo pesa l’ombra lunga di Brexit, l’irritazione di Commissione e Parlamento per i tempi di attesa dell’avvio del divorzio della Gran Bretagna dall’UE – decisione riservata al solo governo inglese, come prevede l’art. 50 del Trattato di Lisbona – oltre l’elaborazione per entrambe le parti di un “exit strategy”, la costruzione della squadra negoziale e la definizione per le molte parti in causa dei margini di manovra.

Una vicenda complessa che può durare anche più a lungo dei due anni previsti inizialmente dal Trattato ed essere un’ulteriore occasione per soffiare sul fuoco delle divergenze tra i diversi Paesi UE, nel clima più intergovernativo che comunitario che pesa sul futuro dell’Unione.

Non sembra aver rasserenato significativamente questo clima la “tournée” estiva di Angela Merkel che ha incontrato la quasi totalità dei governi UE, ad esclusione di quelli meridionali, con l’eccezione di Italia e Francia.

Toccherà adesso al vertice di Bratislava, in Slovacchia (Paese che presiede l’attuale semestre europeo), provare a comporre un “puzzle” che si annuncia complicato se non emerge la volontà di un numero significativo di Paesi di rilanciare il progetto di integrazione europea.

Prospettiva che, con i chiari di luna che caratterizzano questa Europa sfiduciata e aggredita da movimenti populisti e xenofobi, sembra per ora di là da venire. Lo capiremo presto dalle carte che verranno messe sul tavolo a Bratislava. E anche da quelle che circoleranno sotto il tavolo.

Franco Chittolina – AGD

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