La senatrice Magda Zanoni porta a Pinerolo l’onorevole Monica Cirinnà, per farle presentare il suo libro L’Italia che non c’era; scritto per “festeggiare” la legge sulle cosiddette unioni civili. Per questo, è stata trattata e sarà tratta come un eroina… Niente di più falso, dal momento che non ha portato alcun bene. Per dimostrarlo, basterà mostrare l’intervista più significativa che l’state scorsa ha rilasciato a La Repubblica.

Fatto il primo passo con le unioni civili, ora si procede verso il cosiddetto matrimonio egualitario e l’utero in affitto, Stepchild adoption e gestazione per altri. Li ritengo diritti fondamentali”. Così Monica Cirinnà annunciava – esprimendosi in una perfetta “neolingua” – il 19 giugno 2017 sul giornale fondato; annunciava l’ulteriore passo verso il collasso valoriale e antropologico della società italiana. Questa lunga riflessione/introduzione, ovviamente, trova riscontro proprio tra le parole che Monica Cirinnà ha usato per rispondere alla domande del giornalista de La Repubblica.

Vediamola e… sfatiamo i falsi miti di progresso da lei espressi. Ecco come inizia. Introduzione a effetto con le parole di Cirinnà: “Aver dovuto sacrificare il futuro dei bambini nati nelle coppie gay per far passare la legge è stato per me un passo forzato e doloroso. Del resto, nel nostro Parlamento l’omofobia è ancora un sentimento tutt’altro che nascosto e soprattutto trasversale ai partiti”.
Si inizia subito con la finta emergenza dei bambini che vivono nelle cosiddette ‘famiglie arcobaleno’, 100.000 come riportò Il Corriere della Sera nel 2014. Ma un’attenta analisi degli iscritti rivelò/rivela che quelle sono circa 400 e i bambini appena 110. Quindi, numeri gonfiati per trattare una questione marginale al pari di un problema nazionale. Propaganda per le forze che vogliono a tutti i costi l’equiparazione del rapporto tra due persone dello stesso sesso e il rapporto complementare e fecondo tra l’uomo e la donna.
Certo, lungi da me voler sostenere che quei bimbi vadano portati via, però, occorre dir loro la verità: che hanno un papà e una mamma; che i bambini nascono da un padre e da una madre, i quali per amore si uniscono. Non nascono dalla “volontà capricciosa” di genitore 1 e 2, o di 2 papà, oppure di 2 mamme.
Si prosegue con l’etichetta preferita dal “ministero dell’amore e della verità” (Orwell docet), l’omofobia. Senatrice e giornalista dimenticano però che in Italia è un’emergenza che non esiste. Sul versante del rispetto umano, la nostra patria è avanti rispetto ai ‘Paesi del politicamente’ corretto dal 1866, anno in cui l’omosessualità fu depenalizzata; grazie anche all’influenza positiva della Chiesa. Molti anni dopo arrivarono la Gran Bretagna (1967), la parte comunista della Germania (1968), la Norvegia (1972), Israele (1988). Come se non bastasse, nel 2013 (l’anno del falso allarme omofobia) il Pew Research Center di Washington faceva sapere che il nostro Paese era all’ottavo nella classifica dei paesi in cui le persone con orientamento omosessuale sono più rispettate. L’OCSE nel 2014 ha confermato: su 596 segnalazioni relative a “crimini di odio” solo 27 riguardavano presunti casi di omofobia. Per non parlare del resoconto dell’OSCAD per il 2014-2015, Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori, istituito presso il Dipartimento di Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno: aveva rilevato che in più di 3 anni fossero pervenute 28 segnalazioni, “segnalazioni non verificate”, all’anno, di discriminazione nei confronti di persone con orientamento omosessuale. Situazione che continua ancora oggi.
Inoltre, la tutela dei diritti individuali e delle persone di orientamento omosessuale erano già ampiamente tutelati dall’ordinamento italiano, ben prima delle unioni civili, targate Cirinnà. Si pensi alla proposta fatta da Sacconi e Pagano, la quale ordinava in una collazione quelle tutele e norme.
Anzichè parlare di “omofobia”, parlerei di come la legge di cui è firmataria sia stata fatta passare: il tema tanto delicato delle unioni civili necessitava di una adeguata iniziativa del Parlamento e non governativa com’è accaduto. Inoltre, il PD e i media avevano impedito qualsiasi dibattito attorno alla legge, creando un vero e proprio clima di terrore, con tanto di caccia alle streghe.
Da qui parte la I domanda del giornalista di Repubblica: “Anche nella sinistra senatrice Cirinnà?”
Monica Cirinnà: “Sì, e nemmeno il Pd ne è immune. Esiste una componente ultraclericale che di certo non ha favorito la legge. E si è opposta con forza all’adozione coparentale”.
Come non esiste l’omofobia, non esiste nemmeno questa frangia ultraclericale. Esistono persone cattoliche anche nel PD, le quali hanno provato a compiere un gesto di civiltà, opponendosi alle unioni civili. Loro avevano capito, grazie ai Family Day alle veglie delle Sentinelle in Piedi, e pure a personalità temerarie e intelligenti quali Costanza Miriano, Mario Adinolfi, Massimo Gandolfini, Gianfranco Amato, Filippo Savarese, Maria Rachele Ruiu, perfino quello strano marxiano di Diego Fusaro, che le unioni civili non miravano a difendere le ragioni delle persone di orientamento omosessuale, tanto meno i loro diritti individuali; piuttosto a introdurre il barbaro bio-business dell’utero in affitto e la totale e ingiusta equiparazione tra l’unione di due persone dello stesso sesso e il matrimonio (Ne aveva già parlato Scalfarotto e ora lo fa la Cirinnà). Prima di passare alla domanda successiva, vale la pena ricordare acora che a subire vessazioni minacce, a vivere nel terrore in un vero clima di “omofobia” sono stati proprio quei poveretti che dentro al PD si sono opposti a una legge incivile e ingiusta, nel pieno rispetto del buon senso comune dell’antropologia e dell’articolo 21 della Costituzione. Una battaglia di ragione, universale. Ma nella ‘democrazia della Cirinnà’ c’è posto soltanto per chi la pensa come lei. Per una che si vanta di nata in una famiglia cattolica, si vantava di avere una casa di proprietà della Curia romana, concessagli in affitto da monsignor Angelo Mottola, non è proprio una cosa bella, al pari del suo tentativo di sfasciare la famiglia e il matrimonio.
Giornalista: Ma c’è la volontà politica di riformare una legge appena nata?

M.C.: “Più che riformare direi integrare, se si abbandona la “balcanizzazione” dei rapporti tra destra e sinistra. L’obiettivo è il matrimonio egualitario. Esiste già una proposta di legge depositata. E poi lo prevede l’articolo 3 della Costituzione: tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione… Ma così non è”.
L’obiettivo è equiparare l’unione tra persone dello stesso sesso al matrimonio. Finalmente lo mette nero su bianco
Certo, l’art. 3 della Costituzione riporta quanto detto dalla senatrice, ma da perfetta birichina qual è dimentica apposta che la Costituzione va considerata nella sua interezza e non a pezzi.
Perché anche i più piccoli, a cui è stata insegnata da poco l’educazione civica (sempre che non abbiano trovato un insegnante di regime), sanno bene che esiste l’art. 29, il quale dice “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio[…]” e che permette di vedere nell’art. 3 uno strumento importante per rispettare la dignità delle persone ma non la possibilità di ferirla, attraverso la distruzione della famiglia e del matrimonio. La senatrice dimentica la realtà e gioca a fare il “demiurgo”; dimentica che la Costituzione porta la comunità politica italiana a riconoscere la realtà, giacché con l’art. 29 è stato riconosciuto che la famiglia precede lo stato, essendo una società naturale preesistente. Dunque, non può essere soggetta a leggi che la possano modificare e reinterpretare secondo “le mode” del momento.
G.: Però avete sempre detto che le unioni civili assicurano gli stessi diritti del matrimonio. M.C.: “Certo. Ma all’interno di una formazione sociale specifica destinata solo alle coppie omosessuali. Era giusto fare quel primo passo. Però il matrimonio dovrebbe essere unico, senza differenze. E l’eguaglianza sarebbe fondamentale là dove ci sono i figli”.

Il piano si inclina, come avrebbe detto Overton. Le unioni civili erano il primo passo per arrivare, come già visto, al cosiddetto matrimonio tra persone dello stesso sesso. Così l’etimologia e l’antropologia si mandano a quel paese.

Questo (s)ragionamento “il matrimonio dovrebbe essere unico, senza differenze” è anticostituzionale, poiché sovverte quanto è contenuto nell’art. 3 della Costituzione, il quale è stato scritto per rispettare la realtà.

L’articolo in questione parla di uguaglianza sostanziale e non meramente formale, nel senso che non si equiparano cose totalmente diverse fra loro; e cioè: la famiglia è società naturale fondata sul matrimonio (l’etimologia non inganna: richiede una donna che diventerà moglie madre grazie all’unione con il marito), quindi è il motore di una patria, nazione, perché la precede e le dà legittimità; la famiglia è il motore di una patria sia per la sua fecondità, perché mette al mondo dei figli, altri uomini, sia per i valori e princìpi che incarna: amore, complementarietà tra uomo e donna, accoglienza.

Mentre le coppie formate da persone dello stesso sesso, per quanto possano volersi bene, non possono eguagliare niente di tutto ciò, se non in modo artificiale: così i figli non arrivano perché attesi, frutto di un atto d’amore gratuito, ma arrivano perché scelti su un catalogo, progettati su misura: “biondi, alti, possibilmente con i geni di una studentessa di Harvard…”. Le multinazionali che campano grazie all’uterno in affitto non aspettano altro. Siccome credo che le persone di orientamento omosessuale abbiano una grande sensibilità, mi stupisce che non lo capiscano.

Se l’equiparazione tra queste situazioni completamente diverse si realizzasse, ai bambini si farebbe uno dei torti più grandi. Lo stesso dicasi nel caso non si facesse nulla per arginare il problema del divorzio. Per i bambini (come per tutti noi) è fondamentale quanto segue: hanno diritto alla serenità, a due genitori che hanno il coraggio di fidarsi del grande mistero buono della vita, promettendosi amore per sempre. Solo così potrà trionfare la dimensione del dono-attesa sopra quella del diritto-pretesa: non tutto si può avere/comprare, soprattutto i figli.

G.: Le coppie gay sposate così potrebbero riconoscerli alla nascita?

M.C.: “Nelle famiglie formate da un uomo e da una donna, lei partorisce, il padre riconosce il bambino. Mica adotta suo figlio. E così per estensione dovrebbe avvenire nelle coppie formate da due madri o da due padri”.

Monica è sempre più birichina e molto ambigua. Sembra voglia dire che i padri servano soltanto per dare un cognome ai figli e non siano fondamentali ai fini della procreazione.

Orbene, nuovamente ricorderei all’onorevole (non si può più dare niente per scontato) che prima di tutto il bambino nasce grazie all’incontro tra uomo e donna, e per svilupparsi armoniosamente ha bisogno – anche lei ne ha avuto bisogno, come tutti noi – della genitorialità completa, fatta da un padre uomo e da una mamma donna. Perciò la Cirinnà non vede che nelle adozioni, l’ interesse in gioco è quello del bambino e non degli adulti. Il figlio non è un diritto dei genitori, men che meno dei single e delle coppie formate da persone di orientamento omosessuale. Per mamma e papà il figlio è un dono.

Se salta la dimensione del dono e al suo posto subentra il diritto-pretesa, l’utero in affitto è una conseguenza logica: e di fatti, spunta nella domanda successiva.

G.: Due padri. Appunto. I quali per diventare genitori devono ricorrere all’utero di una mamma portatrice…

M.C.: “Sì, e anche all’ovocita di una donna donatrice… E francamente per quanto mi riguarda ritengo tutto questo un atto d’amore straordinario”.

Sebbene sia intrisa di ottusità, a causa della frequentazione del fronte postumano, dimostra di conoscere molto bene come vanno le cose. Già, la deprecabile pratica dell’utero in affitto prevede che una donna metta a disposizione il proprio utero; successivamente, si troverà una II donna, dalla quale si preleverà, previo bombardamento ormonale, l’ovocita; infine, questo sarà fecondato e impiantato nell’utero della I. Passano 9 mesi e il/la piccolo/a viene al mondo, ma con la madre rimane poco, poiché i ‘compratori’ fremono per portarlo via seco. A quel punto, seppure abbia qualche ripensamento, la madre non può fare nulla; prima che la vita crescesse in lei, ha firmato un contratto in cui si impegnava a scomparire, senza mai cercare la vita generata, in cambio di denaro. In questo modo, il piccolo crescerà senza radici e come una merce pregiata, comprata su un catalogo.

E se qualche problema dovesse presentarsi nel bambino, questi non sarebbe considerato lo stesso un dono, bensì ‘merce difettosa’ da restituire al mittente: vedere il caso della piccola nepalese abbandonata da due persone di orientamento omosessuale israeliane. Ecco che ritorna l’eugenetica.

G.: Lei dice donare. Ma la surrogacy è tutt’altro che gratuita.

M.C.: “Finché è su base volontaria e non c’è sfruttamento, per me è legittima. La ricerca dimostra che motivazione altruistica e passaggio di denaro – ad esempio in forma di rimborso spese – possono convivere. Facciamo piuttosto una legge severa che non permetta abusi, visto che il 95% degli italiani che ne fa ricorso all’estero sono eterosessuali. Mi stupisce invece la battaglia contro la maternità surrogata che stanno portando avanti alcune compagne femministe”.

Badate: il giornalista usa la neo-lingua per rendere più “amichevole” il termine utero in affitto, con surrogacy.

Facile fare i “rivoluzionari” sulla pelle delle altre, quando si è in realtà dei borghesi come te, Monica! Con l’utero in affitto non si scherza: sia perché i bambini non sono oggetti, sia perché non si sostituisce con un arteficio il miracolo della vita che da millenni si ripete ogniqualvolta un uomo e una donna amandosi si uniscano, sia perché la salute delle donne non si mette in pericolo a causa di un business. In India, Pamela Vaghela nel 2012 è morta per portare a termine una gravidanza “per altri”.

Sarei curioso di sapere da dove proviene la ricerca che lei tanto sventola, chi l’ha fatta, giacché messa lì così non vuol dire niente, al pari della percentuale citata. La percentuale di cui parla non significa niente, dal momento che non offre ulteriori dati, come il numero di persone di orientamento omosessuale che fanno uso dell’utero in affitto. Comunque sia, la senatrice non vuole capire che tale pratica deprecabile va vietata a tutti!!!

La base volontaria non esiste. La maggior parte delle donne: indiane, americane, russe, ucraine, che vanno nelle cliniche dell’utero in affitto, come in quelle dell’aborto, si trovano in una situazione di grande povertà, che è ben sfruttata dalle multinazionali – vedere lo scandalo di Planned Parenthood – per alimentare il proprio ‘biobusiness’. Altrimenti, non si spiegherebbe la nascita dell’Akanksha infertility clinic, che in India ha costruito, nel distretto di Anand, una vera e propria “città dell’utero in affitto”, per coppie di ricchi occidentali. Una volta si colonizzavano le terre, oggi i corpi.

Le femministe che combattono l’utero in affitto fanno bene, perché è una battaglia di civiltà; vedono il pericolo di una nuova e lugubre forma di schiavitù per le donne, soprattutto quelle più povere e indifese, come hanno fatto capire nel febbraio 2016 Sylviane Agacinski e Marie-Josephine Bonnet, durante il convegno per l’abolizione universale dell’utero in affitto. All’incontro parteciparono i guru internazionali della sinistra atea, del mondo femminista e dell’associazionismo lesbico. La Cirinnà fa orecchie da mercante: problema suo.

In più: come non esistono i gay, etichetta ideologica del mondo LGBT (di cui aveva parlato Nathalie de Williencourt- portavoce di homo vox, nel 2013 su Tempi.it, al tempo della grande Manif pour tous) non esistono né gli eterosessuali né gli omosessuali; semmai esistono la persone uomo e la persona donna, le quali possono avere l’orientamento eterosessuale, oppure l’orientamento omosessuale. La realtà è più complessa e interessante dei tuoi schemi, cara senatrice.

G.: L’idea è che la surrogacy sia una nuova drammatica forma di sfruttamento delle donne.

M.C.: “Si sono dimenticate di quando dicevamo l’utero è mio e lo gestisco io? Perché l’autodeterminazione del corpo è accettata se dolorosamente scelgo di abortire ma non lo è quando dono il mio utero? Sa qual è stato uno dei momenti più violenti nella battaglia sulle unioni civili?”.

G.: Quale?

M.C.: “Quando il senatore Gasparri definì in aula “bambini comprati” i figli nati attraverso la gestazione per altri. Chi ha subito l’orrore di quella discussione? I bambini, che continuano a pagare il prezzo più alto. Non solo nelle coppie gay, se pensiamo ad esempio alle adozioni”.

Qui lei coglie una contraddizione, ne prendiamo atto. Di fatti le “femministe” autentiche dovrebbero combattere sia l’utero in affitto sia l’aborto. Questo perché in entrambi i casi la vita delle donne, sia dal punto di vista psicologico fisico spirituale, è messa a serio repentaglio.

Gasparri non ha offeso i bambini, anzi, ha parlato per il loro bene. Da che Pulpito arriva la predica, Monica: dopo quello che è stato detto sopra, sei tu che ferisci i bambini e le loro famiglie.

G.: Previste oggi soltanto per le coppie etero e sposate. M.C.: “Negare l’adozione ai singoli e ai gay è anacronistico: lo ha detto anche la commissione Giustizia della Camera. Così come viola la pari dignità sociale, vietare l’ eterologa a una single o a una coppia lesbica. Tanti italiani continuano ad andare all’estero per far nascere e purtroppo anche per morire: ci vogliono leggi nuove. Ce l’abbiamo fatta per le unioni civili, possiamo ricominciare”.

Care senatrici Cirinnà e Zanoni: “L’ interesse in gioco è quello del bambino e non degli adulti. Il figlio non è un diritto dei genitori. Egli per svilupparsi armoniosamente ha bisogno della genitorialità completa, fatta da un padre uomo e da una mamma donna”. Se i giudizi della commissione giustizia della Camera toccano ciò, essa perde tutta la sua legittimità, come tutto il Parlamento.

Per concludere e ricapitolare. In questa vicenda due cose sono certe: 1) Monica Cirinnà rischia di provocare il collasso valoriale e antropologico della società italiana; 2) ora più che mai è necessario che pure nel pinerolese i cattolici e i non cattolici, contrari alla deriva antropologica, si facciano sentire e si uniscano, allo scopo di costruire quel fronte per un’antropologia al servizio dell’uomo e, di conseguenza, per dire sì alla famiglia, alla vita, al diritto dei bambini – questo sì che è un diritto – di avere mamma e papà; contro ogni tentativo ideologico di cancellare la verità sull’uomo e sulla realtà. Così ci si occuperà davvero del bene comune.