In attesa del volo, passo due ore vicino a un bambino in ciuccio e pannolino con in mano lo smartphone di mamma: gli occhi incollati allo schermo, muove le piccolissime dita per non so quale operazione touch; la mamma gli si avvicina più volte per parlargli, ma viene allontanata dal piccolo con gesti e suoni che dicono chiaramente: lasciami in pace. Lei desiste. Ho assistito a decine di episodi analoghi anche nella pizzeria sotto casa, in treno, al centro commerciale e pure in diverse parrocchie agli incontri per le famiglie. Ormai, diciamolo, ci siamo abituati a vedere con in mano lo smartphone o il tablet dei bambini tanto piccoli da avere ancora il ciuccio e il  pannolino.

Quando ancora non si ha alcuna esperienza di vita, lo smartphone, come il tablet, apre ad un mondo altamente gratificante, privo di frustrazioni e potenzialmente sostitutivo delle relazioni familiari e amicali, quelle con mamma e papà, fratelli, amici e compagni di giochi; insomma, un mondo in cui è possibile alienarsi disabituandosi agli altri esseri umani, con cui confrontarsi e magari confliggere per limare i reciproci spazi di libertà. Grazie ad alcune recenti ricerche, siamo in grado di valutare le gravi conseguenze cui gli infanti possono andare incontro dopo essere transitati, con lo smartphone in mano, dalla fase ciuccio e pannolino a quelle successive. In particolare, una ricerca di Roberto Poli pubblicata sulla rivista Neuropsychiatry evidenzia che il 5% degli adolescenti italiani ha una dipendenza da Internet che attiva “gli stessi circuiti cerebrali e gli stessi neurotrasmettitori implicati nella dipendenza da sostanze”, secondo quanto sostiene il curatore della ricerca. Due sono le cause che favoriscono l’insorgere della dipendenza: gli smartphone-tablet collegati al web 24 ore al giorno e l’esposizione precoce alla rete e ai suoi prodotti. Abbiamo quindi sul mercato una nuova droga, sempre disponibile ed inesauribile, alle cui seduzioni si stanno esponendo i bambini di pochi mesi.

Di fronte a tutto questo, il mondo educante è prono, svogliato ed incapace di comprendere la sfida epocale, continuando ad esibirsi in frasi come “ormai i bambini nascono con il cellulare in mano” oppure “sono più bravi di noi a usare certi aggeggi”, oppure “non possiamo demonizzare”, frase, quest’ultima, che almeno gli esorcisti si astengono ancora dall’usare. Che fare allora? Anzitutto è bene riconoscere che c’è un problema. Riconosciuto che c’è un problema potenzialmente globale e generazionale, è necessario attivare percorsi di educazione e prevenzione, brevi ed efficaci, associandoli ai corsi di preparazione alla maternità e all’inserimento negli asili nido. Oltre al sostegno medico e psicologico già attivo in alcuni centri ospedalieri, va pensata l’apertura di comunità di recupero sociale, nello stile di quanto si è fatto in passato per aiutare, soprattutto i più giovani, ad uscire dalle dipendenze da droga e alcol. In Cina ci sono già da diversi anni, come ci racconta il documentario Web Junkie centrato sul programma di recupero degli adolescenti affetti da dipendenza da Internet, che il Paese asiatico, primo al mondo, ha etichettato come disordine clinico. Nel documentario viene mostrato come i ragazzi sono deprogrammati attraverso la focalizzazione dell’attenzione sui loro coetanei, i loro genitori e gli operatori sanitari determinati a cambiare le loro abitudini. Insomma, un vero e proprio recupero alla società. Da noi queste comunità ancora non sono sviluppate, ma costituiscono un terreno di missione aperta e lungimirante, che meriterebbe anche un significativo impegno ecclesiale. In fondo, stiamo parlando di periferie esistenziali, dove i più piccoli sono prede dei cacciatori di like.

Marco Brusati, Associazione Hope

AGD

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