Aprile 2014

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Dove si parla di Teatro e Museo nel tentativo di esporre una sintesi del pensiero che oggi si sta consolidando sul fenomeno della rappresentazione: forse, qualcuno, smanettando su Google, potrebbe sottoscrivere informazioni più complete e credibili; io preferisco affidarmi a quel poco che conosco e… aprire un dibattito.

Retrogusto. In genere, si dice dopo aver delibato un calice di vino, ma vale per tutto quanto attiene ai saporiodori. È ciò che il nostro palato percepisce dopo il primo approccio con la “sostanza” che degustiamo. E per “sostanza” si intenda ciò che appare o che ci dicono che sia: una bottiglia di Barolo, una lattina di Coca Cola , un piatto di agnolotti, una “fiorentina”, una sogliola, li riconosciamo come tali e la nostra memoria si appresta a consegnarcene i sapori.

Se ci accostassimo ad un Barolo che avesse il sapore della migliore birra – e viceversa -, sarebbero conati; la reazione sarebbe meno violenta se non ci piacesse un cibo che assaggiamo per la prima volta: un pasticcio di Varvoyer, ad esempio.

Retrogusto: tannino, sale, zucchero, iodio, gardenia, mare, Lucilla, neve, sabbia, ziamaria; dal più “referenziale”, denotativo, saporeodore al più “connotativo”: tutto dipende, non solo dalla sensibilità delle papille gustative, ma dalla nostra cultura e dalla nostra storia personale. Un monumento, un “oggetto da museo”, un testo teatrale, vivono – rivivono – trasmettendo gusto e retrogusto.

Le opere dell’uomo, si sa, cominciano a cambiare di significato sin dal momento in cui vengono prodotte; e non parliamo solo dell’opera d’arte, ma anche dell’oggetto d’uso più comune: pensiamo alla classica caffettiera alla napoletana: è sempre uguale da decine d’anni; ma il suo “significato” varia, di anno in anno, a seconda del mutare del contesto il cui vive; qualche anno fa la si buttava; oggi, invece in una cucina symbol viene posta a dialogare con supermacchine che ti servono una “tazzulella” nel momento stesso in cui ti punge vaghezza di caffeina; in questo “dialogo”, la vecchia “napoletana” acquista un’aura tutta speciale, di cosa colta, di cosa che nei momenti di sconforto, generato dal fatto che la “super macchina”, adeguandosi alle “logiche” dell’attuale dibattito politico-culturale, “ci interpreta” la nostra voglia di caffé sfornandoci un cotechino, ci scioglie in un accorato: “mais ou sont les neiges d’antan?”, mentre il sentire queste “logiche” ci obbliga , ogni cinque minuti, a mettere la testa sotto il superrubinetto ( che ci innaffia graziosamente la testa con salsarubra).

Si può dire allora, sempre restando sul terreno caro a Raspelli, che il “gusto” è la referenza d’uso e di forma; il retrogusto è la sua storia, è il mutevole e fascinoso destino del suo significato; il gusto contiene gli stereotipi; il retrogusto le migliori approssimazioni cognitive, trasposte – e ci piace il metodo storico di Georges Duby – nell’avventurosa navigazione nell’arcipelago della Storia.

La caffettiera “alla napoletana” – qualcuno comincerà a pensare che sia sommamente imprudente invitarmi al bar – ha forma e funzione; ma se la scomponiamo in tre parti, cambia forma e funzione: la prima parte può diventare un portamatite, un recipiente per contenere preziosa acqua (e fregare così il superrubinetto quando dobbiamo rinfrescarci il cranio dopo aver sbattuto contro certi “ragionamenti” dei politici); l’altra, col suo beccuccio, un oggetto comodissimo per travasare liquidi; la terza parte, infine – il filtro-, la suggerisco agli stilistipiazzadispagna per un trendissimo monocchiale-burqua.

Fra i futuri “sopravvissuti”, chi non ha più memoria dell’intero, e non ha visto negli Archives di Bercy, Eduardo in “Questi fantasmi”, usa i tre pezzi separatamente e ognuno diventa un intero; in più, la necessità, lo tiene lontanissimo da pensieri filologici relativi a quei tre “oggetti”: non può fregargliene di meno ( naturalmente, l’occhiale-burqua, cambierà per l’ennesima volta funzione: verrà usato per filtrare l’acqua limacciosa dei torrentelli di montagna).

Gusto, ma non ancora stereotipo: “di necessità” come il riuso delle rovine classiche da parte dei costruttori altomedievali: colonne, architravi, fregi, erano semplicemente materiale da costruzione; gli anfiteatri erano “sic et simpliciter” mura di difesa per le loro case (vedi l’Anfiteatro Augusteo di Nîmes) , oppure fortezze pretaporter (vedi il Teatro di Marcello che diventa fortezza e poi palazzo Orsini, Sermoneta).

Ma veniamo al fenomeno della rappresentazione (Museo e Teatro): qui il discorso è omologo a quello della “Napoletana”: i tre pezzi che la compongono potrebbero rappresentare l’Aura del testo (Parlo di “testo” per abbracciare sia i reperti del Museo e della Mostra, sia l’allestimento di un copione). Quando sono riuniti e vivono in acconcio ambiente sono carichi di “Aura”; quando sono separati l’Aura tende a svanire. Ma cosa si intende per “Aura”?

Grosso modo possiamo dire che è la capacità di un “copione lontano” di evocare la vita della società che lo ha prodotto. Ma per quanto i “pezzi” soddisfino alle condizioni predette, mancano sempre alcune cose che ne completino la funzione: sapori, odori, rumori… come dice Michel de Ghelderode: «Il sonno è sonoro, contiene non soltanto immagini, luci; ma anche sapori, odori, musiche. Il sonno ha cinque sensi, povero allucinato».

Povero allucinato: i dipinti sono silenti? Riescono, cioè ad esprimere suoni e odori? Senza di questi l’opera d’arte è mutila? Pensiamo solo ai quadri di Canaletto: vediamo “L’imbarco del Doge” sul Bucintoro, oppure “Il ricevimento dell’ambasciatore”; sembra che la cerimonia si svolga in un silenzio rispettoso. Invece il tutto si svolgeva in un frastuono indescrivibile: il vociare della folla, lo scampanio di tutte le chiese di Venezia, i tamburi, i colpi di cannone.

Bene: è questione di cultura. Chi osserva le opere d’arte – e assiste ad uno spettacolo – deve saper immaginare, risvegliando ricordi di studi e letture, il paesaggio sonoro che contengono. A questo proposito estrapolo un brano di una delle lezioni che il compianto Federico Zeri tenne nel mio Corso:«[… ] Poi bisogna tenere presente che l’opera d’arte non deve essere considerata isolata, ma nel suo contesto sociale e storico. Ora, io sono contro la ricostruzione di certi ambienti in stile: sono dei falsi storici; abbiamo assistito nell’Ottocento alla ricostruzione di certi ambienti gotici … ridicolo.

Però bisogna tenere presente anche il contesto sociale, gli usi di questa società: è impossibile capire certi ritratti inglesi senza conoscere quelli che erano gli usi e i costumi dell’aristocrazia britannica alla fine del Settecento; è impossibile capire un ritratto di Gainsborough senza aver letto i libri di quell’epoca. Si possono istituire spesso dei paralleli straordinari tra pittura e letteratura: ci sono dei romanzi di Jane Austen, Pride and Prejudice (Orgoglio e Pregiudizio), o Emma, che sono veramente illuminanti per capire i ritratti di quell’epoca, le preferenze, i colori, i vestiti. Insomma, la storia dell’arte non è qualcosa di a sé stante, è soltanto una faccia di una storia più generale, è una specie di sistema interattivo con quello che è la storia della religione, la storia economica».

Zeri non intende certo riservare la comprensione dell’opera ad un’élite, ma vuole sollecitare l’Italia a costituire nei musei, come in Inghilterra, dei dipartimenti atti a preparare guide esperte nella comunicazione.

 
Sergio Santiano

caffettiera