10 giugno 2015

Tra i “Ragazzi del ‘99” (così venivano riconosciute le reclute diciottenni chiamate alle armi all’ultimo momento, nel 1917, per supportare le linee italiane alla conclusione della Prima Guerra Mondiale del 1914-18) ci furono non pochi studenti di Pinerolo. Molti di loro furono uccisi dai proiettili nemici in combattimento, spinti inflessibilmente verso una morte quasi sicura.

Naturalmente questi giovanotti non sono stati i soli pinerolesi a partecipare all’evento bellico mondiale. Con loro si devono ricordare i fanti dei Reggimenti della Brigata Pinerolo che sostennero la tremenda ed ultima battaglia del Piave, conseguente alla riscossa di Caporetto.

È una nota situazione che i più vecchi ricordano direttamente e altri hanno ricevuto dalla popolare “Canzone del Piave” composta da maestro Ermete Giovanni Gaeta (noto con lo pseudonimo di E. A. Mario) appena dopo l’ultima terribile sconfitta italiana, quella famosa (e considerata leggendaria) del fiume che “mormorava” sommesso, al «passaggio dei fanti nostri» nel giorno della disfatta del «24 Maggio», a tre anni esatti dall’inizio della guerra.

Stanchi, silenti, e scoraggiati, i militi italiani tuttavia raggiunsero la frontiera, organizzandosi per il prossimo – decisivo e altrettanto tremendo – scontro della cosiddetta Seconda Battaglia del Piave, chiamata da Gabriele D’Annunzio «del Solstizio» (riferendosi alla credenza religiosa pagana del Sole Invitto, che nella circostanza solstiziale sembra restare fermo per tre giorni per poi riprendere il proprio ciclo di luminosità sempre più potente) che – rimasta instabile per un certo periodo – ha poi cominciato ad avere un favorevole crescendo, inarrestabile, fino alla vittoria finale.

Svoltasi con impetuosi e cruenti attacchi avvenuti per due giorni consecutivi (dal 16 al 18 giugno 1918, ma preparata al 15 con un reciproco cannoneggiamento veemente delle forze opposte) nel territorio racchiuso tra le località di Nervesa (sulla cui altura del Montello si erano attestati gli Austriaci) e di Fagarè (località di sbocco alla pianura trevisana), ebbe il suo apice nello scontro montelliano, considerato “infernale”, e nel quale i combattenti pinerolesi ebbero il loro specifico encomio bellico.

Nel “Bollettino di Guerra” del 18 Giugno, l’impresa vittoriosa del corpo d’armata piemontese veniva esplicitamente ricordata dallo stesso – famosissimo – Generale Armando Diaz, Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito Italiano, con elogiative parole: «Per le grandi giornate del 15 e 16 giugno e per l’attacco al Tonale del giorno 13, fallito il tentativo d’inizio dell’offensiva nemica, meritano speciale menzione, ad esponente del valore di tutti gli altri reparti la 45° divisione di fanteria, […] il 13° e 14° reggimento di fanteria italiana (brigata Pinerolo)». Parole queste che valsero loro il premio dell’assegnazione di due medaglie d’oro al valore militare, ed altrettanto roboanti elogi nel retoricissimo stile dell’epoca («La violenza della battaglia […] va crescendo sul Piave. […]

Formidabili attacchi nemici si sono alternati con nostri contrattacchi: inizi di vigorose avanzate sono stati frantumati dalla nostra resistenza o arrestate da nostre azioni controffensive […]; le valorose truppe dell’Armata sono state strenuamente provate, ma l’avversario non ha potuto aumentare» il suo fronte.

«Il contegno delle truppe nostre […] è stato ammirevole. Dallo Stelvio al mare ognuno ha compreso che il nemico non deve assolutamente passare; ciascuno dei nostri bravi […] ha sentito che ogni palmo […] è sacro alla Patria!»).

La Brigata Pinerolo, sebbene di antica istituzione sabauda (risalente al 1734-93), era stata costituita nel 1821 con la riforma militare attuata dai Savoia dopo la Restaurazione post-napoleonica, rimpiazzando il precedente Battaglione Saluzzo che aveva a sua volta sostituito lo storico ed originario Reggimento Savoiardo formato nel 1671 e poi ricostituita nell’assetto complessivo dei Reggimenti 13 e 14 nel 1839.

La vita dei soldati di questi contingenti militari non consistette unicamente di valore entusiastico e di azioni gloriose. Ai suoi militi era chiesto un quotidiano e spossante sacrificio entro strette trincee melmose, assalti e ritirate continue, bombardamenti deflagranti, logoranti attese prima dei micidiali assalti frontali di mantenimento delle posizioni occupate, che spesso portavano soltanto alla morte in battaglia. Questa condizione, ai reggimenti della brigata pinerolese, costò non poche perdite: 240 morti, 968 feriti, e addirittura 956 dispersi (di cui, per molti, non si riuscì a ritrovare l’identità, o soltanto a rintracciarne il destino).

I mormorii dei combattenti che avevano attraversato il Piave alla prima scoraggiante sconfitta sul Colle del Montello, cominciarono a trasformarsi nel clamore esultante della vittoria. L’eco delle grida straziate dei colpiti a morte, i gemiti dei moribondi e i lamenti dei feriti (e il più lontano pianto inconsolato dei famigliari a casa che avevano perso un loro caro) divennero, un semestre dopo, un’ esplosione di urla di gioia e soddisfazione per la fine della guerra.

Fu la cosiddetta Battaglia del Solstizio che pose le basi per la conclusione definitiva di quel conflitto bellico mondiale che anni prima era stato definito (nell’editoriale dell’Avanti!, due mesi dopo la Dichiarazione di Guerra: il 26 luglio 1915, e non il 24 maggio, come alcuni storici erroneamente riportano) una tragica avanzata «Verso un nuovo macello di popoli».

Pochi cronisti, però, hanno osservato che allo spontaneo tripudio collettivo per la guerra terminata, si aggiunse anche un sommesso episodio collaterale quasi dimenticato: la riflettuta conclusione personale dello scrittore Ernest Hemingway che allora – anch’egli diciottenne – si trovava nella zona di Fossalta a prestare un servizio di assistenza volontaria per la Croce Rossa statunitense come autista di ambulanze.

Rimasto ferito (e decorato con la Medaglia d’Argento) sul campo e condotto all’ospedale militare di Milano nella forzata sua convalescenza, ebbe tutto il tempo di dedicarsi a scrivere un augurale ed auspicante libro: Addio alle Armi!

Corrado Gavinelli

Allegato 6 [Vita 2015 N° 10 - FIGURA 6] La Stazione di  Trento  invasa dalle truppe austriache inFfuga

Stazione di Trento invasa dalle truppe austriache in fuga