Nel pinerolese il patrimonio culturale è sottovalutato e messo ai margini dell’economia

Quella frase celebre e nefasta, “quando sento parlare di cultura metto mano alla pistola”, fu attribuita a Goering e a Goebbels, ma anche altri gerarchi nazisti la pronunciavano volentieri, visto che riassumeva così bene il loro mondo ideale.
Recentemente un gerarca italico, anzi un ministro in carica, ebbe a dire: «con la cultura non si mangia», anche lui esprimendo bene il suo mondo ideale.
Viceversa è importante recuperare il senso economico della cultura inserendolo organicamente nelle politiche come fattore moltiplicativo delle altre economie territoriali. E lo è altrettanto valorizzare le peculiarità delle nostre radici per costruire un modello integrato di offerta turistica, diverso delle centinaia di altre con cui dovrà competere, in grado di trasferire emozioni, esperienze e ricordi unici e irripetibili. Le opportunità di lavoro per tanti giovani si distribuirebbero così su tutta la filiera dell’offerta, integrando la valorizzazione di tutti quegli elementi che possono fare del nostro territorio un produttore di eccellenze: agroalimentari, artigianati, storia, bellezze naturali, monumenti e centri storici, un patrimonio culturale variamente diffuso.
Purtroppo resta radicata l’idea che la cultura non sia un bene economico (la frase sopra riportata era di un ministro dell’economia in carica un paio di anni orsono). Ma il successo delle nostre produzioni più conosciute e apprezzate nasce grazie a questo patrimonio inesauribile. Che va messo a frutto partendo fin dai banchi di scuola, con azioni didattiche per la conoscenza della cultura locale, per mettere in condizione i giovani e le loro famiglie di cogliere le tante opportunità che vengono dall’industria culturale e maturare quell’esperienza indispensabile per creare opportunità di lavoro stabile e di qualità.
Ma, in soldoni, cos’è la cultura ? In antropologia, si dice che è «il sistema integrato di valori socialmente acquisiti, le credenze e le regole di condotta che delimitano la gamma di comportamenti accettati in ogni data società». Le differenze culturali consentono di distinguere le diverse società le une dalle altre. Poi c’è l’archeologia, un ramo del più ampio campo dell’antropologia, che investiga i resti di estinte culture umane (attraverso i reperti: armi, oggetti, strutture abitative, rituali e funerarie), al fine di decifrare qualcosa del modo in cui la gente viveva. Tale analisi è particolarmente utile ed indispensabile per i periodi in cui non esistono documenti scritti.
La cultura è basata sulla capacità, unicamente umana, di classificare le esperienze, codificare tali classificazioni simbolicamente, e insegnare tali astrazioni ad altri. Di solito è acquisita attraverso l’acculturazione, il processo attraverso il quale una generazione più vecchia induce o costringe una generazione più giovane a riprodurre lo stile di vita socialmente stabilito.
La cultura è difficile da quantificare, perché esiste spesso a livello inconscio, o almeno tende ad essere così pervasiva che sfugge al pensiero di tutti i giorni. Questa è una ragione per la quale gli antropologi tendono ad essere dei teorici che cercano di studiare la propria cultura, di capire la nostra società.
Gli studiosi contemporanei si sono allontanati dalla nozione di fantomatiche “leggi” della evoluzione della cultura, preferendo notare i tratti che caratterizzano le situazioni e fare l’analisi delle vicende storiche concrete, delle forze politiche ed economiche che strutturano le relazioni tra i popoli.
Il pinerolese è portatore di tutte questi complessi tratti culturali, dalla lontana preistoria fino alla storia attuale, passando attraverso trasformazioni notevoli, dall’epoca celtica a quella romana, arrivando al medioevo, periodo in cui le antichissime religioni furono progressivamente sostituite dall’evangelizzazione di personaggi come Massimo vescovo cattolico di Torino e poi dalla predicazione di Valdo. Il pinerolese fu a lungo terra di frontiera tra la Francia del Re Sole e il Piemonte sabaudo nel XVII secolo; tra Settecento ed Ottocento il pinerolese, provincia napoleonica, conobbe la Rivoluzione ed i principi di Liberté, Egalité, Fraternité, che mettevano fine all’ancien régime dei sovrani assoluti, avviandosi a regimi borghesi, liberali e poi democratici, i quali si affermeranno compiutamente solo dopo la seconda guerra mondiale, grazie alla Resistenza ed alla Repubblica Italiana.
Non è ora il caso di entrare nei dettagli per affermare che i tratti culturali di questo territorio di circa sessanta Comuni, dalle risorgive della pianura fino alle creste delle Alpi Cozie, è una terra forte e fortemente segnata da tratti culturali importanti e peculiari.
Specie le persone che detengono cultura e potere devono essere attente; mi piace ricordare qui una delle primissime dichiarazioni del nostro nuovo Papa Francesco che in sintonia con Francesco d’Assisi ha detto: « … In fondo tutto è affidato alla custodia dell’uomo … Vorrei chiedere, per favore, a tutti coloro che occupano ruoli di responsabilità in ambito economico, politico o sociale, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà: siamo “custodi” della creazione, del disegno di Dio iscritto nella natura, custodi dell’altro, dell’ambiente …».
Il territorio non è una tabula rasa, è lo scrigno dell’eredità dei nostri antecessori, da rispettare e migliorare, non da distruggere. Se oggi non abbiamo più le gigantesche statue di Budda nella Valle del Bamiyan a 200 km da Kabul, distrutte dai talebani, parimenti non abbiamo più il pentagono Caserma di Cavalleria eretto dal Vauban, architetto militare del Re Sole nella seconda metà del ‘600, distrutto nel 1960 dall’Amministrazione comunale di Pinerolo per futili o indicibili motivi. Ma oggi non corriamo certo più di questi rischi, i tempi sono cambiati e la coscienza civica e della società civile è considerevolmente e positivamente cresciuta.
La cultura non si manifesta solo attraverso il complesso delle biblioteche, degli archivi, dei musei sparsi sul territorio, con i teatri, i luoghi di culto, i castelli, le fortezze, le ville, i parchi ed i castelli, i centri urbani, ma anche attraverso il paesaggio agrario, forestale, montano, con le sue caratteristiche geologiche e geomorfologiche, con i suoi insediamenti industriali antichi e moderni.
Questa possente stratificazione nel tempo di azioni antropiche di ogni epoca ha forgiato e foggiato il nostro territorio, il nostro Pinerolese di oggi, regione che ha tutto il diritto di confrontarsi ad armi pari con altri territori caratteristici, con l’orgoglio per la tenzone (ad es. Saluzzese, Cuneese, Langhe, Canavese, ecc.).
Da una analisi della situazione attuale emerge che coloro che dovrebbero avere contezza di questo portentoso giacimento culturale, cioè gli amministratori pubblici, non hanno mai dedicato attenzione sufficiente alla coordinata “Cultura” ed alle soggiacenti ricchezze straordinarie che si possono e si devono correttamente valorizzare e utilizzare per filiere economiche in grado di creare sviluppo, lavoro, reddito, contentezza di risiedere. Il territorio ha senso se lo si considera in termini “glocali” (globali-locali) dove tutte le componenti interagiscono creando sinergie produttive e benefiche.
Questo territorio pinerolese ha una metropoli a 40 minuti di viaggio verso Est ma, dall’altra parte, ha sconfinati territori transalpini con i quali è storicamente e culturalmente interrelato (Francia, Savoia e Svizzera), territori che costituiscono un ricco bacino di utenze cultural-turistiche per il Pinerolese.
L’attuale disaggregazione territoriale, i campanilismi residui, la mancanza di visione lungimirante, l’isolamento anche psicologico, in coloro che dovrebbero essere gli stakeholder della situazione, cioè l’intellighenzia, la nomenklatura, gli intellettuali chiusi nelle “turris eburnee” delle loro accademie, devono essere superati da una rinnovata classe dirigente giovane, colta, aperta, onesta e costruttivamente democratica, con la visione del futuro che deve essere quella di dare cieli blu ai figli dei nostri figli, in città intelligenti (smart cities) non solo perché il territorio è capace di coniugare innovazione, ambiente e qualità della vita, bardandosi di tecnologie adeguate ed adeguabili con i cittadini che usano smart cards, ma perché – in primis – è la cultura posseduta da persone intelligenti a fare la differenza; e promuovere culturalmente il territorio, finalmente senza stakeholder che dicono (o peggio pensano) «quando sento la parola cultura tolgo la sicura alla mia Browning».

Dario Seglie