Di Annibale tutti conoscono il suo leggendario transito con gli elefanti sulle Alpi ed è oltremodo interessante osservare come non ci sia alcun altro personaggio dell’antichità che vanti così tanti luoghi che ne ricordino presunti passaggi.
Si pensi alla fontana di Annibale a Casteggio, ai ponti di Annibale a Dubbione; al cerchio di Annibale di La Thuile; alla galleria di Annibale del Monviso etc.
Leggendo il libro di Paolo Rumiz “Annibale. Un viaggio”, un passaggio mi incuriosì e riguardava l’ennesimo suo presunto passaggio nei pressi di un Sasso sulla Raticosa nell’Appennino Tosco-Emiliano.
Perché non andare a scoprirlo? In un pomeriggio ottobrino raggiungo Piancaldoli, frazione di Firenzuola.
Il Sasso compare all’improvviso dopo una svolta della strada. La vista coglie di sorpresa e lascia stupiti. Nero e frastagliato impiantato nel verde dei pascoli. Non ci sono tracce che indicano la via di salita. Una serie di salti di roccia sembrano però abbordabili e da lì con calma e piacere raggiungo la sommità dove una croce è piantata al centro di un singolare terrazzino erboso. Sono sul Sasso di Annibale.
Guardo l’orizzonte che si stende tutt’attorno in una misura che sembra sconfinata. È un momento di incanto che passa attraverso il silenzio autunnale ed il sole ancora tiepido nell’ora crepuscolare. È un incanto che passa attraverso l’aria mite ed il cielo azzurro frequentato da nuvole scure e frastagliate come la pietra sulla quale sto ritto in piedi a cercare con lo sguardo se vedessi per caso sollevarsi una nuvola di polvere che mi possa indicare dove Annibale stia cavalcando.
Va precisato che questo Sasso non è antropizzato col nome di Annibale. Il Sasso, che alcuni reputano addirittura un meteorite, è dedicato a San Zenobi per una leggenda ancora più strana di quelle Annibaliche tanto che in questi luoghi tutti concordano però che se quel vescovo non si fosse lanciato in una sfida col diavolo quel Sasso sarebbe di sicuro stato chiamato “di Annibale”. La leggenda del toponimo vuole infatti che nel IV secolo, Sant’Ambrogio incontrasse il vescovo di Firenze Zanobi che in seguito a questo incontro ottenne nuove conversioni tra i rilievi appenninici. Secondo la leggenda, il diavolo convocò un concilio infernale per porre termine alle conversioni e propose a San Zanobi una scommessa, secondo la quale chi avesse portato dall’Idice fino alla cima della collina il più grosso macigno sarebbe stato il vincitore e avrebbe preso tutte le anime. San Zanobi firmò questo patto. Il demonio raccolse faticosamente un macigno, se lo mise sulle spalle e si incamminò, San Zanobi raccolse un macigno molto più grande sollevandolo con leggerezza e, superato il diavolo, lo posò nel luogo dove oggi si trova. Il demonio vedendo che aveva perso la scommessa andò su tutte le furie e gettò il suo macigno che andò in frantumi originando quello che è attualmente il Sasso della Mantesca.
Oltre la suggestione delle tradizioni, il Sasso si staglia a quota 966 mt. nei pressi di Piancaldoli. La sua roccia nera di ofiolite è un prodotto magmatico emerso dalle viscere del nostro pianeta come una meravigliosa isola di roccia scura ed aguzza in mezzo ad un paesaggio morbido e verdeggiante.

Mauro Carlesso

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Itinerari  

A volte si viaggia per visitare monumenti antichi, altre per puro relax, per noi viaggiare è immettersi totalmente in paesaggi inusuali dove il monumento naturale è rappresentato dalla natura stessa. Torri di magia che appaiono inaspettate da una natura dolce che non lascia neppur lontanamente immaginare lo sbucare improvviso di una stravaganza rocciosa scolpita dall’umore imprevedibile del vento o come in questo caso, formazioni di rocce ofiolitiche che si ergono come sentinelle dai prati circostanti e che poco sembrano aver a che fare con la geologia del territorio in cui sono dislocate. In tutti i casi sono forme monolitiche, sogni di pietra, sobbalzi per il nostro cuore come alla vista di una donna bellissima che ti appare davanti come d’incanto lasciandoti estasiato, ma questo è solo il primo ingrediente per la vacanza perfetta. Il secondo è il tempo atmosferico che nel nostro caso ci ha veramente graziato perché vi era un’estesa perturbazione in circolo che un piccolo vortice di alta pressione localizzato proprio sulle nostre teste ci ha invece regalato due giorni di sole mentre mezza Italia era sotto la pioggia. Il terzo e quarto ingrediente uniti insieme per comporre il piatto perfetto, sono trovare un posto ospitale per pranzare e riposare. E questi ci sono stati offerti dalla squisita accoglienza del Bed and Breakfast a conduzione familiare “Antico Borgo” gestito dai coniugi Cinzia e Marco situato a Piancaldoli che ci hanno anche accompagnato per farci meglio raggiungere le nostre mete, situate poco lontane da loro. La cena poi per il mio amico vegano e il sottoscritto vegetariano, consigliati dallo stesso B & B, non poteva che essere la ciliegina sulla torta visto che l’osteria Tubeya gestita dalla famiglia Barracani sita a Castel del Rio a 4 Km dal B & B ci ha servito su un piatto d’argento ovuli e porcini, questi ultimi fritti e alla piastra, dal gusto veramente superlativo, conditi da un ottimo vino e da una cortesia di prim’ordine. Prima di descrivere le quattro sommità inusuali salite, più definibili sotto la voce di meraviglie naturali, ci vuole per completare l’opera il tocco dell’artista e a questo ci ha pensato il mio compagno d’avventura Mauro che ha lasciato a me la descrizione degli itinerari per immergerci in una storia fantastica che ancora di più ve li farà amare ed apprezzare facendovi venire sicuramente la voglia di andarli a scovare di persona. Prima però è d’uopo ancora un piccolo dettaglio e cioè come raggiungerli e come compiere in auto un giro logico per visitarli tutti e quattro. Da Torino prendere l’autostrada Torino Milano, per immettersi a Piacenza nell’Autostrada del Sole, percorrere la Tangenziale di Bologna e prendere l’Autostrada Adriatica (A14) fino a Castel San Pietro Terme. Dal casello si percorre prima la SP 21 e poi la SP 58 Piancaldolese fino a Piancaldoli ove abbiamo pernottato. E questo vale per l’andata e poter iniziare la nostra esplorazione.
1. SASSO DI SAN ZENOBI
Quota: 966 m
Cenni generali: Il sasso si trova proprio ai bordi della strada, e davanti c’è un comodo spiazzo, dove parcheggiare l’auto. In effetti, esso, così nero e tormentato, appare completamente fuori posto tra i verdi e tondeggianti pendii che sono invece caratteristici del nostro Appennino. La parete che ci sovrasta è strapiombante e ha i riflessi verdi caratteristici della serpentinite. Peccato che non sia naturale, bensì creata dalla mano dell’uomo, che in tempi passati ha in parte scavato questo sasso ricavandone materiale per pavimentare le strade dei dintorni. Esattamente alla base, ci accoglie una faccia scolpita nella roccia: che si tratti del volto di San Zenobio?
Difficoltà: Media difficoltà per l’esposizione del punto più alto – corda usata solo per salire dalla croce all’apice in forte esposizione (3 m), tutto il resto del percorso fino alla croce (vetta tradizionale) si può compiere senza l’uso della corda: I grado.
Accesso: Da Piancaldoli ci si sposta verso il Passo della Raticosa, a 5 Km circa dalla partenza il masso appare sul lato sinistro della strada già ben visibile 1 Km prima (parcheggio con bacheche – area protetta)
Dislivello: 45 m di sviluppo alla vetta
Ore salita: 0,30 min
Discesa: 0,20 min
Totale: 1 h scarsa in totale per fermarsi a fare foto e ammirare il panorama.
Descrizione itinerario: È strano, ma evidentemente questo tipo di roccia non attira i “climbers” locali. Invece non sembra poi così male: l’aderenza degli scarponi alla superficie rugosa è ottima. Saliamo sulla cima, individuando a destra degli strapiombi una via di salita più abbordabile con passaggi di I grado. Il passo più incasinato è entrare in una strettoia per uscire sulla parete antistante a destra del punto di salita, da cui si procede per una placchetta incastonata in un diedro e poi volgendo a destra con un breve traverso (volendoli proprio andare a cercare, rimanendo più sul filo di cresta s’incontrano passaggi di II grado, quindi facile e divertente). Si arriva così in breve alla croce, posta su una selletta un poco più in basso della “vetta” vera e propria che è posta a sinistra (verso di salita) apice massimo che si raggiunge (meglio legarsi, basta uno spezzone di 10 m) andando a prendere la crestina di sinistra e poi per una placca molto esposta ma appoggiata e appigliata si raggiunge la vetta sulla quale si sta in precario equilibrio con il vuoto da tutte le parti. Tornati in disarrampicata alla croce, si va sulla vetta B che sporge sul vuoto del lato opposto della strada (punto di partenza per l’ascesa). In mezzo tra la vetta “B” e la croce vi è un masso strapiombante da tutti i lati, alto 3 metri, più basso della vetta “A” che non ha nessun senso ascendere.
Discesa: Uguale evitando i tratti più esposti grazie a evidenti canalini che proteggono dal vuoto.
Segno di vetta: Croce come il Cervino all’intaglio delle 2 cime (niente sul punto culminante)
 
2. SASSO DELLA MANTESCA
 
Quota: 829 m
Cenni generali: Il Sasso della Mantesca (…o Maltesca) è un agglomerato di grandi blocchi alloctoni di rocce metamorfiche. Come aspetto ricorda litotipi di natura intrusiva. Al tatto dura ma, in alcuni punti, poco coesa. Geologicamente, fa parte delle ofioliti (dal greco ofios serpente), rocce che, da tempo immemorabile, venivano associate ad emanazioni di natura diabolica (…come il vicino Sasso di San Zenobi).
Difficoltà: Facile Esposto – EE (Escursionisti Esperti)
Accesso dal precedente itinerario: dal parcheggio del Sasso di San Zenobi, prendiamo una deviazione laterale e lasciamo l’auto sulla strada per Spedaletti a nemmeno un km dal Sasso di San Zenobi Da qui la strada asfaltata scende e vi è in alternativa una strada sterrata. Lasciamo l’auto in questo punto.
Dislivello: 100 m tra saliscendi (perché dove si lascia l’auto è più in alto di dove si trova il masso)
Ore salita: 0,45 h assaporandolo tutto e girandogli attorno, osservando i vari blocchi visto che si è in questa zona lontani da casa per esplorarla a fondo. La risalita diretta la si compie in meno di 30 minuti (2 Km circa), ecco perché il ritorno seppur in salita lo diamo con minor tempo. In totale calcolare con le soste 1,15 minuti A.R.
 
Descrizione itinerario: su sterrata a piedi per circa 1,2 km su una larga cresta. La forestale che si percorre è anche segnata con il segnavia CAI 801. Si tratta del noto percorso Flaminia Minor che dal valico con la Toscana raggiunge Ozzano nell’Emilia. In circa 20 minuti si arriva a un invaso artificiale d’acqua (laghetto) che abbiamo percorso all’andata sulla sponda di sinistra (verso di marcia) e siamo rientrati per la sponda opposta. Poco dopo si lascia lo sterrato e si scende per un breve ma ripido scivolo terroso in vista di due invasi d’acqua più bassi e più piccoli. Qui a lato di una staccionata chiusa con reticolo, si scorgono sulla destra i grandi blocchi che sporgono da una fitta macchia boschiva. In prossimità di un passaggio tra i rovi si accede, seguendo delle tracce, alla base dei vari blocchi. Questo sasso composto da più settori è adibito a differenza del precedente a scuola d’arrampicata e le vie sono 24 con difficoltà che vanno dal 3C al 6C. Le cime in realtà sono due, collegate da una comoda cresta dalla quale si può ammirare un bel panorama dei prati circostanti e della pianura. Dalla base puntare in direzione della sella fra le due cime dalle quali si stacca uno stretto sentiero che sale con due zig-zag sulla cresta erbosa che conduce facilmente alla cima A (massima elevazione) a lato della quale vi è una piastrina e diverse catene per la calata. La cima B (più a sinistra, lato di discesa) si raggiunge in breve con un unico passaggio esposto aiutandoci ad una pianta che permette di raggiungere la sommità posta su un cocuzzolo a 3 metri di distanza dall’albero.
 
Discesa: (e risalita all’auto): uguale al percorso dell’andata, come detto prima, solo ritornando dalla sponda opposta del primo lago che s’incontra all’andata.
 
Segno di vetta: Catene per le calate o per scalare sui “monotiri”.
 
3. ROCCA DI CAVRENNO
Quota: 867 m
Cenni generali: Quando si pensava che le sorprese fossero finite, perché non segnalato in quanto non appartenente alle rocce ofiolitiche dei due precedenti sassi, nell’alta Val d’Idice a pochi chilometri dagli altri due sassi, spicca dispettoso un cono rossastro di rocce vulcaniche, il monolito della Rocca di Cavrenno, che dei tre menzionati è il monolito più alto e più difficile da salire e si trova in prossimità del passo della Raticosa, al confine tra l’Emilia Romagna e la Toscana. Viene anche chiamato “Falesia del Rocchino” che è un caratteristico sperone di roccia calcarea che spunta dai dolci colli dell’Appennino tosco-emiliano. Ovviamente noi non saliamo il monolito ma la sovrastante Rocca sovrastata da una croce di ferro alta più di 2 metri e posta su un basamento di cemento che è la cima più caratteristica che sovrasta la guglia o falesia del Rocchino di cui però è giusto dare qualche informazione. A circa metà strada tra Bologna e Firenze, suddiviso in tre settori arrampicabili, questo dente di roccia offre vie di difficoltà variabile dal II grado al 7a. È quindi indicato per una fascia di arrampicatori di tutti i livelli. Non essendo la roccia purtroppo sempre compatta è consigliabile l’utilizzo del casco per proteggersi dalla caduta, a volte inevitabile, di pietre smosse dagli arrampicatori durante le scalate. L’esposizione è su tre versanti Sud, Ovest e Sud-Est, quindi è sempre possibile inseguire il sole o l’ombra secondo le condizioni climatiche. Sviluppo delle vie, massimo 35 metri. Usando le soste intermedie è sufficiente una corda da 60 metri, ma ora occupiamoci della cima che la sovrasta, nostra meta.
 
Difficoltà: Facile – E (escursionistica)
Accesso: Dall’itinerario precedente spostarsi nuovamente verso il valico del Passo della Raticosa, e, a un chilometro dal colle imboccare la strada che scende a destra verso la località Cavrenno. Se non lo avete già visto dalla strada, il monolito lo si localizza grazie ad una freccia che conduce al Bed and Breakfast Rocca di Cavrenno, ma per non entrare in proprietà privata è meglio lasciare le auto poco sopra in uno spiazzo a gomito.
Dislivello: 100 m circa
Consigliabile: Moltissimo per la particolarità di questa cima a cono isolata, sormontata da una croce e resa ancora più attraente dal sottostante monolito che oltre ad essere bello da osservare è anche un luogo attrezzato per l’arrampicata.
 
Ore salita: 0,30 h
 
Discesa: 0,20 h
Totale: 0,50 h totale
Descrizione itinerario: Da uno dei due parcheggi sopra indicati si scende nel primo caso in breve su sentiero in mezzo ai prati. Si procede invece in piano dal B & B che ci ha lasciato parcheggiare dato che facevamo un servizio nella zona. In entrambi i casi si raggiunge un ampio pianoro ove vi è una piccola edicola religiosa sormontata da una statuetta della Madonnina. Il sentiero si tiene alto sulla falesia, costeggia il monolito e sale un po’ ripido fino ad un pulpito erboso da cui inizia un traverso su un esposto crinale che non oppone però difficoltà alcuna. Si perviene alla cresta opposta da cui in piano si raggiunge la croce di vetta girando verso destra.
 
Discesa: Per l’identico itinerario di salita
4. ROCCA DI BADOLO
Prima di descrivere questa quarta cima, occorre una premessa. Infatti mentre le tre brevi cime sinora descritte si compiono in una mezza giornata, per spostarsi e compiere questa inusuale salita, anche se breve (una volta giunti sul posto), bisogna iniziare l’anello stradale di ritorno che per tutto altro verso ci riporterà a casa, Quindi dopo il pernottamento nel B & B di Piancaldoli, occorre spostarsi in auto da qui al Passo della Raticosa su SP58, poi SS65 della Futa verso Monghidoro, bivio per Monzuno (prima di Loiano), da Monzuno a Badolo dove ci fermiamo il tempo necessario per salire la nostra quarta caratteristica cima per la sua via più facile. Dopo riprenderemo il viaggio per far ritorno a casa da Badolo a Sasso Marconi, Autostrada A1 verso Milano ed infine verso Torino da dove siamo partiti.
 
Quota: 476 m
Cenni generali: Si trova già in Emilia, provincia di Bologna, mentre i tre itinerari precedenti erano in Toscana. La Rocca di Badolo è una piccola altura del basso Appennino bolognese che si trova appunto presso la frazione Badolo del comune di Sasso Marconi; è compresa tra le valli del rio Molinello a nord e del fiume Setta a sud, poco prima che questo si getti nel fiume Reno. Le pareti verticali di arenaria del Contrafforte Pliocenico che caratterizzano la suddetta altura sono da sempre il luogo di allenamento degli arrampicatori bolognesi. A Badolo, come in altre palestre della zona, la roccia che per sua natura non presenta particolari irregolarità, non permetteva quindi un’arrampicata libera (naturale), per questo motivo gli scalatori di Bologna hanno iniziato a scavarla e attrezzarla in modo da consentire in seguito quella che ad oggi è considerata la palestra per eccellenza di Bologna. Vi sono, infatti, più di 180 vie di arrampicata con gradi di difficoltà compresi tra il 3b e l’8a+ ed una non banale ferrata allestita dal CAI. Nel lato a sud-ovest è caratterizzata da una parete verticale con un dislivello di poco più di 100 metri ed è situata sulla linea della riserva naturale del Contrafforte Pliocenico di fianco al Monte Adone. Poiché la zona è un’area protetta e controllata, solo su quest’altura è concesso arrampicare. La “Via ferrata del Pliocenico” per informazione è stata allestita inizialmente nel 1976 per facilitare l’accesso alle soste delle vie di arrampicata più basse o per raggiungere le partenze delle vie medie e alte, quindi fino a poco tempo fa la ferrata era più breve, dalla partenza terminava nel “terrazzo” denominato “Badolo alto”. Nel 2015 la via è stata messa a nuovo dal CAI che oltre a rinnovare il cavo d’acciaio rendendolo più teso e stabile, ha anche “completato” la ferrata aggiungendo un ultimo tratto che conduce fino alla cima. Noi vi condurremo in vetta per la non segnata “Via Normale” solo per darvi un assaggio di questo luogo davvero particolare ove ognuno di voi, poi, conosciuto il posto potrà sbizzarrirsi nell’’arrampicata che più gli si confà secondo le proprie capacità.
 
Difficoltà: Facile Esposto – EE (Escursionisti Esperti), si consiglia l’uso di uno “spezzoncino” di corda (terreno quasi sempre umido e scivoloso)
Accesso dal precedente itinerario: Vedi introduzione sopra, poi proseguire per la strada provinciale n. 58 di Badolo, che conduce al parcheggio del santuario posto sulle pendici meridionali dell’altura, sotto la Cappella della Madonna della Rocca di Badolo.
 
Dislivello: 70 m
Ore salita: 0,40 h
Ore discesa: 0,20 h
 
Totale: 1 h (si consiglia a fine salita di fare il periplo della cengia sospesa che si effettua in poco meno di 15 minuti e vi permette una visione d’’insieme di tutta la rocca.
 
Descrizione itinerario: Dal parcheggio della chiesetta, scendere di circa 50 m per prendere il sentiero con la scritta bianca che, a destra, indica la salita alla cappelletta superiore della Rocca della Madonna di Badolo. Qua giunti, evitare per ora la cengia di sinistra (lasciando il giro a fine percorso), e muovere a destra nel bosco. Va segnalato per inciso che la normale di discesa per gli arrampicatori e di salita per gli escursionisti, non è segnata, ma la traccia è evidente. Poco dopo un cartello del parco, salire la linea ben pestata muovendo poi a sinistra in direzione della cima fin contro un salto con gradini scavati nella roccia. Evitare questo faticoso passaggio perché 30 m più avanti la roccia si flette e si passa più agevolmente. Poco sopra invece una serie di gradoni naturali (tratto esposto e scivoloso) vi condurranno sopra ogni difficoltà e presto vi troverete sulla piatta e caratteristica sommità. Ci sentiamo di consigliare al CAI locale o chi per esso di porre anche su questa via un corrimano che eviterebbe di legare i meno esperti e in caso di pioggia gli scalatori potrebbero correre al riparo in più breve tempo, anche perché se bagnato questo percorso è vivamente sconsigliabile anche se resta l’unica via escursionistica per accedere alla cima della rocca.
 
Discesa: Uguale all’itinerario di salita
 
Segno di vetta: Catene per le calate o cavo d’uscita della via ferrata
 
Ora non ci resta che invitarvi a visitare questi luoghi, per confermarci se vi hanno trasmesso le nostre stesse emozioni.
Lodvico Marchisio