A metà Dicembre 2017 la Fondazione Torino Musei ha annunciato, in un incontro con i sindacati, di voler licenziare 28 dipendenti. Si tratta di tredici dipendenti del Borgo Medioevale, che verrà riconsegnato al Comune, sei della biblioteca GAM, di cui è stata annunciata la chiusura e l’accorpamento con altre biblioteche, sei della fototeca della GAM e tre del Museo diffuso della Resistenza.
«La scelta della Fondazione di dichiarare l’esubero ancora prima di aprire la discussione coi sindacati produce effetti di spiazzamento rispetto al percorso tracciato fin qui di concerto per evitare soluzioni a danno dei lavoratori», dicono dalla Città di Torino, che assicura l’intenzione di «continuare a fare la propria parte indicando soluzioni per tutelare la Fondazione, i suoi dipendenti e il loro patrimonio professionale». La situazione a Torino sembra sia congelata – al momento – e non si sa quali vie di uscita saranno trovate.
Anno nero per la Fondazione Musei civici di Torino: nel 2017 ha perso ben 200 mila visitatori. Nell’anno appena concluso le presenze nelle quattro strutture della Fondazione che dipende dal Comune e che aveva annunciato un esubero di 28 dipendenti, si sono fermate a 617.000 contro le 816.000 del 2016. Un calo netto del 25%. Netta la perdita subita da Palazzo Madama che, dopo il record di 313.000 ingressi del 2016, l’anno scorso è riuscito ad attirare solo 228.000 persone.
Grave pure il crollo della GAM-Galleria Arte Moderna che, anche per la rinuncia alla mostra su Manet, ha chiuso il 2017 con 146.000 presenze: nel 2016 erano state 248.000.
Sotto la soglia dei centomila visitatori il MAO, il Museo d’Arte Orientale: sono stati staccati 93.000 ingressi, ventimila in meno rispetto al passato.
L’unico segno positivo per la Fondazione guidata da Maurizio Cibrario arriva dal Borgo Medievale che tra Rocca, Giardino e sala mostre ha attirato circa 150.000 persone.

Il terremoto dei musei coinvolge tutta l’Italia.
Vicente Todoli, spagnolo, Direttore della Tate Modern di Londra diceva, alcuni anni fa, che con il termine «blockbuster» furono denominati i massicci bombardamenti aerei durante la seconda guerra mondiale; poi il termine fu scippato dall’industria dello spettacolo per descrivere i film di successo commerciale, quindi arrivarono le mostre blockbuster, ossia quelle esposizioni con grande affluenza e consenso popolare. Insomma tutto ciò che genera massiccio consumo diviene un blockbuster. Nel programmare le mostre in funzione esclusivamente del successo di pubblico, si dirige questo stesso verso una percezione standardizzata e si sminuisce la funzione educativa e di ricerca dei musei oltre a impoverire l’attività e l’iniziativa.

Il 2018 parte con una forte lettera di protesta uscita il 3 gennaio per la difesa dei Beni Culturali. Settanta ex Soprintendenti, cattedratici, magistrati, giornalisti, accademici dei Lincei, presidenti di Italia Nostra, ecc. contestano «la situazione di caos e di paralisi creata dalla riforma Franceschini». Esempi di questo “disordine”, la mostra sul Napoli Calcio con magliette, ricordi e gadget di Maradona al grande Museo Archeologico Nazionale di Napoli o l’idea di organizzare gare di canottaggio nella lunga vasca della Reggia di Caserta (peraltro piena di rifiuti). Il manifesto è una presa di posizione pubblica in cui si dice che se sono “imbavagliati” i soprintendenti e i direttori in servizio, allora «denunciamo noi il caos nei Beni culturali» e si rileva che la riforma Franceschini mette in discussione la tutela dei beni culturali stessi. Le mostre blockbuster vertono a generare spettacolo e facile attrazione, a scapito della valorizzazione culturale e dell’aspetto educativo – informativo che deve essere il filo conduttore negli eventi museali. La trasformazione dei musei con allestimenti – presunti avanzati perché ricchi di monitor, maxi-schermi, sons et lumieres – in luoghi di “loisir” tipo Disneyland, fa arretrare il museo a “camera delle meraviglie” di epoca rinascimentale, dove il principe amava stupire i suoi ospiti con “rarità” di ogni genere e provenienza.

E a Pinerolo ?
I musei civici sono più o meno rimasti come erano quando furono messi in piedi dai fondatori, con tante risorse umane ma poche risorse economiche: all’epoca si diceva che le collezioni tenevano insieme gli «allestimenti con scotch (nastro e non whisky) e fil di ferro», essenziali e a tecnologia povera. Poiché nei molti decenni trascorsi fin dagli anni ‘960 i bilanci degli Assessorati alla Cultura sono sempre stati esigui, gli allestimenti sono rimasti orgogliosamente fedeli all’idea di museo con la quale erano stati progettati: conservare, divulgare, insegnare. La Sezione Didattica, ad esempio per il Museo di Arte Preistorica, risale al lontano 1974, quale preoccupazione primaria museale di trasmettere i contenuti scientifici e culturali in particolare al mondo scolastico del territorio. Sebbene i Musei Civici di Pinerolo siano aperti solo alla domenica, la sezione didattica lavora tutti i giorni, consentendo alle classi ed agli insegnanti di svolgere visite guidate e laboratori interattivi tutti i giorni della settimana, con una offerta di ben 16 percorsi differenziati per tematiche e per età dei giovani fruitori, dalle materne alle superiori. Il progetto didattico, varato nel 2000 comprende i tre Musei scientifici civici di Pinerolo col nome evocativo di “Museando”.
Se questa Amministrazione comunale, come pare, percorrerà la via del recupero a fini museali del settecentesco Palazzo Vittone in Piazza Vittorio Veneto, non disperdendo i lavori del primo lotto di restauro per il quale si sono già spesi circa un milione di euro, i tre Musei Civici ivi installati (Pinacoteca, Etnografico, Archeologico-Antropologico) opportunamente raccordati come “Museo del Territorio” potranno passare dal nastro scotch e fil di ferro a sistemi interattivi, wireless, banda larga, per valorizzare ulteriormente quelle collezioni che sino ad oggi hanno giocato un ruolo culturale per Pinerolo e per il Pinerolese di primaria importanza, apprezzato e gradito dalla cittadinanza e dalle scuole per le quali i Musei operano, con serena tenacia e continuità.

Dario Seglie

 

 

 

I dati nazionali

«I dati definitivi del 2017 segnano il nuovo record per i musei italiani: superata la soglia dei 50 milioni di visitatori e incassi che sfiorano i 200 milioni di euro, con un incremento rispetto al 2016 di circa +5 milioni di visitatori e di +20 milioni di euro». Così il ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini presenta i dati dell’Ufficio statistica del Mibact sui risultati dei musei statali nel 2017.
«Il bilancio della riforma dei musei – prosegue Franceschini – è davvero eccezionale: dai 38 milioni del 2013 ai 50 milioni del 2017, i visitatori sono aumentati in quattro anni di circa 12 milioni (+31%) e gli incassi di circa 70 milioni di euro (+53%).
Sul podio delle regioni con il maggior numero di visitatori il Lazio (23.047.225), la Campania (8.782.715), la Toscana (7.042.018); i tassi di crescita dei visitatori più elevati sono stati registrati in Liguria (+26%), Puglia (+19,5%) e Friuli Venezia Giulia (15,4%).

Anche quest’anno i 5 luoghi della cultura statali più visitati d’Italia sono il Colosseo (oltre 7 milioni di visitatori), Pompei (3,4 milioni di visitatori), gli Uffizi (2,2 milioni di visitatori), la Galleria dell’Accademia di Firenze (1,6 milioni di visitatori) e Castel Sant’Angelo (1,1 milioni di visitatori). Nella Top 30 i tassi di crescita più sostenuti sono stati registrati da Palazzo Pitti (+23%) e da quattro siti campani: la Reggia di Caserta (+23%), Ercolano (+17%), il Museo archeologico di Napoli (+16%) e Paestum (+15%). A seguire i Musei reali di Torino (+15%) e il Castello di Miramare di Trieste (+14%).