Aprile 2014

«Il nome di Maurizio viene da mari, “amaro”, e cis, che dire “vomitante” oppure “duro” , e us, che vuol dire “consigliere” oppure “che si affretta”; oppure deriva da “mauron” che in greco significa “nero”. Ebbe infatti amarezza per aver vissuto nella miseria e per la lontananza dalla patria; fu vomitatore rigettando da sé le cose superflue, duro e saldo nel sopportare i tormenti; consigliere nell’esortare i suoi compagni d’arme; si affrettò nel suo gran fervore e nell’accrescere le sue buone opere; fu nero nel disprezzo che aveva per sé. La passione di Maurizio e dei suoi compagni fu scritta e compilata da Eucherio vescovo di Lione».

Così scrive Jacopo da Varazze, nella sua Legenda aurea, tra gli anni 1263 e 1273. Un testo che ci serve da guida impareggiabile, in quanto raccoglie per sé, e per noi, vite esemplari, in un’epoca, come l’attuale, un po’ tiepida se non scarsa di testimoni della fede.

Si tramanda che Maurizio fu capo della Legione che è nota col nome di Tebea; i suoi componenti sono detti Tebei dal nome di Tebe, loro città d’origine. C’è infatti una regione di tal nome al di là dei confini dell’Arabia, colma di ricchezze, fertilissima, piena di magnifici alberi. Gli abitanti della regione si dice che siano di corporatura imponente, coraggiosi con le armi, fortissimi in battaglia, molto astuti e pieni di sapienza. Quella città ha cento porte, ed è posta sul fiume Nilo, che esce dal Paradiso, ed è detto Gyon. Di essa si dice: «Ecco che giace distrutta la vecchia Tebe dalle cento porte». Giacomo fratello del Signore predicò loro la parola di salvezza e insegnò perfettamente la fede di Cristo.

L’illustrazione delle sue gesta viene, come le altre che arricchiscono la “Legenda aurea”, dalla Biblioteca nazionale di Torino, manoscritto I.II. 17, che propone immagini di santi iconograficamente simili ai santi della Legenda. La qualità delle miniature e la loro straordinaria forza narrativa le rendono preferibili a tante altre, pur pregevoli.

Le scene di battaglia che coinvolgono la Legione mauriziana esibiscono lance spezzate, balestre, mazzocchi, vasi di cristallo tagliato, cosi simili ai primi giocattoli dei bambini, anche se adesso sono usati a fini cruenti. In queste a loro modo stupende battaglie tutto il mondo pare colto in una rete magica, dove la visione è inflessibile come una legge di cristallografia applicata al cosmo, e insieme fantastica come un sogno.

L’invito finale, e decisivo, di Maurizio è però, esclamato ad altissima voce: «Che le nostre destre gettino queste armi carnali [cioè atte al macello dei corpi] e si armino delle virtù».

Ambrogio, nel “Prefazio” che riguarda i martiri del suo tempo, scrive: «La schiera dei fedeli, consacrata dalla luce divina, veniva da terre poste ai confini del mondo; ha chiesto il perdono, anche se la Legione era già ben difesa con spade e guarnita di armi spirituali. […] il tiranno fece tagliare il capo a tutti, come a Maurizio, che però, saldi nell’amore di carità, lasciarono le armi, e sii misero in ginocchio per ricevere, con volto sereno, i colpi dei carnefici».

La loro passione avvenne verso il 280.

Domenico Carosso

san maurizio (1)