21 ottobre 2014

Nel recente libro di Domenico Carosso un viaggio alla scoperta di due artisti lagunari

“I due Leoncini a Venezia”, appena pubblicato dalle edizioni Effatà presenta i lavori – quadri ad olio, pastelli, tempere, acquerelli, disegni – di padre (Marcello) e figlio (Paolo) insieme, non tanto per suggerire un confronto, quanto per delineare uno dei percorsi più significativi della pittura a Venezia nel secolo scorso.
I nostri veneziani non amano solo la girandola folle del colore, il suo illimitato espandersi, cercano anche il controllo, per unire l’intensità vitale del colore alla costruzione dello spazio e della forma, come fa Marcello in “La cupola di San Simeone piccolo” e Paolo in “Paesaggio con mezzaluna”, entrambi in copertina del libro che ne presenta l’opera.
I luoghi intatti della città lagunare, sempre invasa dal mondo intero, dalla folle nave dei turisti, sono oggetto della ricerca dei pittori. E dunque ecco, in Marcello, le piccole chiese, un canale a Burano, in Paolo, Malamocco e altri punti ignoti ai più della laguna, come il canale di Pellestrina, così vivi nella sua “solitudine” interiore. Che è poi la condizione per far vibrare l’anima, perché l’armonia dei colori è fondata su un solo principio, l’efficace contatto con l’anima. E questo fondamento – ha scritto Kandinskij – si può definire principio della necessità interiore.
Marcel Proust, che tanto ha sognato e visto Venezia, con l’angelo del campanile di san Marco, e le fanciulle in fiore che ne percorrono le calli, dà la migliore “illustrazione”, nel corso di un viaggio in treno in direzione di Balbec, sul mare di Normandia, dell’occhio, delle visioni del pittore: «Nel riquadro del finestrino, al di sopra d’un boschetto nero, vidi delle nubi concave la cui dolce lanugine era d’un rosa fisso, morto, immutabile, come quello che tinge le piume dell’ala che se n’è imbevuta o il pastello dove l’ha collocato la fantasia del pittore. Ma io sentivo che, invece, quel colore non era né inerzia né capriccio, ma necessità e vita. Dietro, non tardarono ad accumularsi riserve di luce. Il rosa si ravvivò, il cielo divenne d’un incarnato che mi sforzavo, non staccando gli occhi dal vetro, di vedere meglio, perché lo sentivo in rapporto con l’esistenza profonda della natura, ma a una svolta della linea ferroviaria il treno girò, alla scena mattutina subentrò nella cornice del finestrino un villaggio notturno dai tetti azzurri di luce lunare, con un lavatoio incrostato della madreperla lucente della notte, sotto un cielo ancora trapunto di stelle, e io stavo disperandomi d’aver perduto la mia striscia di cielo rosa quando la scorsi di nuovo, ma rossa, questa volta, nel finestrino di fronte, che poi abbandonò a una seconda svolta della strada ferrata; e così passavo il tempo a correre da un finestrino all’altro per ricomporre, per “rintelare” i frammenti opposti e intermittenti del mio bel mattino scarlatto e versatile e averne una visione totale, un quadro ininterrotto» (MP, “Nomi di paese: il paese”).
Il testo, curato nella grafica e ricco di illustrazioni, non solo presenta l’opera dei due Leoncini, ma offre un loro profilo biografico, oltre ad alcuni testi dello stesso Marcello, un contributo di Ivan Prandin e un’intervista di Giulio Ghirardi a Paolo.
Dell’autore e curatore del libro, Domenico Carosso, è riportata anche un testo poetico che così conclude: «Marcello, cher Maitre \ ripete in felicità \ i colori \ («Oh vita, vedi, ti benedico e ti ringrazio») \ d’un autunno \ qui le balance entre le suuil \ et le voyage \ Enigma è \ il puro scaturire».
Pregio ulteriore della pubblicazione: nasce il desiderio di accostarsi direttamente e materialmente a queste opere. Le vedremo a Pinerolo? Mai dire mai…

P.R.

carosso - Copia