22 giugno 2014

Pinerolo. Seconda metà del XVIII secolo. Così come i vedutisti truccano l’immagine di Venezia, e i caffettieri usano “fantasia” nella preparazione della bevanda, anche i medici si danno abbastanza da fare: Bernardo Antonio Vittone fu trovato stecchito nel suo letto la mattina del 19 ottobre 1770: sentite la contraddizione dal referto del medico Burani (o Buzzano) che stilò il certificato di morte: «Li 19 8ttobre 1770 ho fatto la visita del cadavere dell’Ill.mo Ingignere Vittone ed avendolo ritrovato ancora caldo e con qualche movimento ancor al polso li ho fatto una cavata di sangue al braccio e fatte freghe alle cossie [… ]».

Bene, il medico parla di “cadavere”, ma una visitina per la parcella – lire otto – ci sta.

In realtà, Vittone non è morto. Semplicemente, come accade a tutti i grandi della Storia, si è fatto sostituire da un sosia.

Incredibile?

Sentite qui.

Pinerolo è un luogo – come alcune città murate di guarnigione – di tagliaborse, prostitute, speculatori, amministratori imbelli (se non ladri): il trenta per cento delle entrate Comunali è rappresentato dal “mattone”. Parlo, naturalmente, della Pinerolo dei secoli XVII e XVIII (La notizia sulle entrate comunali è provata dai documenti). Gente “pratica” che vede la Cultura unicamente come un ostacolo al percepire l’investimento di un pedone da parte di una carrozza solo come uno spiacevole sobbalzo.

La Città sarebbe stata intrisa di poesia se non fosse stato che i progetti presentati da cittadini competenti (Leggere le relazioni del Vauban) non fossero stati sempre bloccati; ma non dall’insensibilità poetica di amministratori e funzionari addetti alla loro attuazione: il fatto è che questi signori hanno sempre avuto, nei secoli (non più oggi, ovviamente), una reazione seccata – giustamente seccata – dal fatto che l’esaminare i progetti interrompeva loro il laborioso lavoro di contarsi le dita. Numero che, alla fine, è sempre rimasto un grande e seccante mistero. E questo fatto è più grave di quanto non si creda: mette in grande imbarazzo l’Economato poiché non riesce mai a quantificare gli ordinativi di smalto per le unghie. E poi, vogliamo far loro una colpa se hanno dovuto perder tempo a studiare la scrittura Carolingia al posto di quella Merovingia che tanto loro piaceva per l’indecifrabilità (fatto che consentiva loro di far passare anche le “norme” più strampalate)?

I poeti son sempre venuti da fuori. Il tenente di cavalleria Gigi Ramognini di origine veneta è ben descritto da Luigi Timbaldi nei primi anni Cinquanta del Novecento: «Gigi Ramognini parlava già discretamente il nostro dialetto e scriveva versi in italiano, in veneto e in piemontese. Bisognerebbe fondare a Pinerolo – mi disse – un istituto di cultura e un centro turistico. Uno scenario così maestoso dovrebbe essere sfruttato». Proposta che costò al funzionario dell’epoca la convinzione di avere solo sei dita. Idem per il Conte Mario Savorgnan d’Osoppo, Marchese di Ariis, anche lui di origine veneta. Di conseguenza, parlare di Pinerolo città della poesia è come se la Chicago degli anni Venti fosse stata chiamata la città dei gentlemen. Ma è senz’altro utile questa illusione: può essere il seme di un’evoluzione verso un accostarsi della città a forme di pensiero più fantasiose; ma è un seme che va ben curato. Ne saremo capaci?

Proprio per questa situazione, Bernardo è preoccupato. E, tanto per dire dell’interesse per il “bene comune” dei pinerolesi, bisogna destreggiarsi con “quelli che contano”: i proprietari dei fondi confinanti con l’Ospizio (capeggiati da quella testa calda del conte Giacinto Amedeo di Porporato) che manovrano per farne ridurre l’orto. Il teologo Danna (colui che aveva proposto la costruzione dell’opera) scrive al re per denunziare il fatto; il presidente della Congregazione dell’Ospizio Luigi Picco della Perosa preferisce però non mettersi in urto coi proprietari e decide che l’estensione dell’orto è più che sufficiente così.

Ora si sta dirigendo, libro della “Gerusalemme” sotto il braccio, verso il suo “Ospizio dei Catecumeni” quando intravvede il De Magistris che, con i fratelli Bottani (due terribili armadioni a tre ante. Rettifica: tre armadioni a due ante; il risultato resta invariato) ha condotto, dalla posa della prima pietra (ottobre 1740) sino al 1743 i lavori per l’Ospizio. Beghe a non finire! Beghe ancora più grosse con il nuovo impresario, il Moriggia. Vittone scantona per la via di Miranetto (ora via Savoia), costeggia il palazzo dei conti Bianchis di Pomaré e si affaccia alla Piazza d’Armi “livellata” dal collega ingegner Buniva. Guarda l’Ospizio e pensa: fin dal 1742 gli impresari denunciano il contratto e chiedono che i lavori vengano pagati ad economia. Si va avanti sino al 1743, anno in cui, a grandi linee, l’edificio è terminato (fronte verso la piazza e manica “rustica” in asse). Manca la Cappella, cucina e refettori sono insufficienti per cui non può aver luogo il previsto trasferimento dei quaranta giovani alloggiati presso l’Albergo di Virtù di Torino.

La situazione si fa sempre più intricata: i soldi scarseggiano, gli impresari strepitano, e cercano di arrangiarsi: subappaltano i lavori a persone incompetenti che a detta del Vittone: «badano a far solo molti trabucchi di muraglia». Nel corso di una delle tante perizie e controperizie che punteggiano questa storia (Carlo Emanuele III invia nel 1746 il Mellarede, l’ingegnere Antonio Maria Lampo e un notaio per condurre un’inchiesta sulle cause dei numerosi dissesti che già affliggono la neonata “fabbrica”) si scopre una collusione tra l’assistente Giovanni Battista Casasopra e l’impresario Moriggia per “assottigliare i muri”. Il Casasopra prudentemente non attende le risultanze dell’inchiesta e fugge (nottetempo?) da Pinerolo senza pagare il conto della pensione.

Cose d’oggi. Poesia vera.

Alla fine tutti sotto processo. Cose d’oggi?

Vittone viene assolto. Gli impresari condannati a “rinforzare” gli arconi dell’interrato (se la sbrigano, però, tamponandoli).

Assolto, Vittone, che non è fesso, mica si fida tanto: potrebbe sempre esserci chi rispolvera, tanto per dirne una, il mistero della sparizione del “taglio”: «Non si trova il disegno del taglio della fabbrica dell’Ospizio temendovi vi sia qualche sottomano da chi ha interesse a coprire la troppa elevazione del piano nobile e soffocazione del secondo».

Bernardo non è colpevole, ma tornare nelle aule di giustizia proprio non gli garba. E, siccome non è fesso, mette nel suo letto un sosia preso dal ricovero di mendicità, morto provvidenzialmente proprio in quei giorni. Tralasciamo i particolari dell’operazione; diciamo solo che gente che gli doveva dei favori – Bernardo prestava soldi – ce n’era in abbondanza. Provvede anche a salvaguardare i suoi beni che sono immensi come si deduce dall’ inventario che ritroviamo in archivio storico: «Testimoniali di comp. con istanze, trasferte, descrizioni ed estimo dei mobili ed effetti esistenti nelle camere già abitate dal fu sig. Arch. Bernardo Vittone[…]».

Sono pagine e pagine nelle quali compaiono, tra ori e argenti e danari, anche “beni” molto interessanti: i prestiti che Bernardo faceva. Sentitene alcuni: «1766. 6 Ottobre. Obbligo in stampa del sig. Marchese d’Ormea a favore di detto sig. Vittone per lire ottomila con altra altergata del 6 Luglio 1767 per altre lire due mila ottocento quaranta cinque […]».

Oltre “prestiti” al Marchese d’Ormea (10.000 Lire!) e altri grandi esponenti della nobiltà, suscitano interesse – o sospetti – quelli fatti al Demagistris: «1763. 29 Settembre, Pagherò, passato da Giacomo Dernagistris a favore di detto sig. Vittone per lire cento due con altro in piedi delli 2 Novembre detto anno per lire noventa quattro, soldi sette, denari sei, al tergo del quale vi è l’annotazione di essersi pagati gli interessi per tutto li 20 Marzo 1767».

Messi al sicuro i suoi affari, Bernardo sposa Ortensia di Piossasco (niente a che vedere con la discendente della contessa eroina che guastò la festa a quel Lesdiguères che in una notte del 1592 si illuse di prendere Pinerolo di sorpresa; si tratta di una certa Ortensia , figlia di un mugnaio di Piossasco, e nipote di una figlia naturale del Fouquet – sì, la famosa “Maschera di ferro).

Il tempo passa e, di tanto in tanto, Bernardo visita le sue opere; va molto volentieri al Collegio delle Province, al Palazzo Giriodi di Monastero a Costìgliole (Cuneo) riportato agli antichi splendori da un’Amministrazione sagace che, dal 2008, si è data da fare per reperire fondi ottenendo un risultato che entusiasma Bernardo.

Meno volentieri si reca a Pinerolo. Il suo Ospizio giace negletto e ricovera piccioni e volatili d’ogni specie; cosa che disturba dimolto Bernardo e Ortensia. Ma sono decisi a rimanere lì a “far romore” fin quando qualcuno non la smetterà di contarsi le dita. E non parliamo solo degli Amministratori: i “monumenti” sono di tutti i cittadini.

Francesco Petrarca per l’Italia: «Virtù contro a furore/Prenderà l’arme, e fia el combatter corto;/Ché l’antico valore/Nell’italiani cor non è ancor morto ».

Trascorsero circa sette secoli prima che si realizzasse il sogno di Petrarca: giungerà a Pinerolo “l’antico valore”… ma, è opinione più diffusa, che ci vorranno all’incirca sette secoli.

Sergio Santiano

 

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