ALESSANDRO BARBERO è nato a Torino il 30 aprile del 1959. Scrittore e storico, si è specializzato in storia militare e medioevale. Docente ordinario presso l’Università del Piemonte orientale conta all’attivo numerosi scritti e volumi storici di ricerca, quali “ Carlo Magno. Un padre dell’Europa”, “Lepanto. La battaglia dei tre imperi”, e “Dizionario del Medioevo”scritto con la storica Chiara Frugoni (tutti e tre i libri sono stati editi da Laterza). Nel 1996 ha vinto il Premio Strega con il libro “Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle, gentiluomo”(tradotto in sette lingue). Collabora con “La Stampa” e con il “Sole 24 Ore” e dal 2013 è divulgatore storico del programma “Rai Storia”. Di recente ha pubblicato “Costantino il Vincitore” (Salerno Editrice) e “Le parole del papa. Da Gregorio VII a Francesco” (Edizioni Laterza). Alessandro Barbero dal 2005 è “Cavaliere dell’Ordre des arts et des Lettres”.
Professor Barbero, com’è nato il volume “Le parole del papa. Da Gregorio VII a Francesco”?
Il libro è il risultato di una curiosità intellettuale che mi sono posto negli ultimi anni. Come si esprimevano i papi del Medioevo? E come è mutato il linguaggio dei pontefici nel corso dei secoli? Così dopo aver partecipato al “Festival della Comunicazione” di Camogli nel 2014 ho deciso di intraprendere un lavoro di ricerca sul tema.
Il suo libro inizia analizzando i discorsi di papa Gregorio VII. Quali sono i tratti che considera più caratterizzanti del messaggio di questo pontefice?
Gregorio VII fu un assertore convinto delle prerogative papali. Potere temporale e potere spirituale nella sua visione del mondo erano un tutt’uno. La dignità imperiale per papa Gregorio proveniva da Dio e non viceversa. La conseguenza di questo pensiero ha come immediata conseguenza l’utilizzo di una retorica crepuscolare e veemente, molto astiosa nei confronti di chi fosse recalcitrante nel riconoscere l’autorità divina del ministero petrino. Nel libro riporto molte espressioni di Papa Gregorio VIII che oggi certamente non verrebbero utilizzate dai pontefici contemporanei. Naturalmente la contestualizzazione storica è decisiva.
Quali sono le principali differenze e le analogie tra i pontefici del Medioevo e i papi contemporanei?
In poche battute è difficile poter rispondere esaustivamente alla sua domanda. Tuttavia un dato mi pare incontrovertibile: i papi del Medioevo nutrivano l’ambizione di “governare il mondo” e questo li portava a usare un linguaggio colorito ed estremamente retorico. Il richiamo alla Sacra Scrittura era pervasivo e costante, come costante era il richiamo al tema dell’Apocalisse. I papi contemporanei (diciamo dalla fine dell’Ottocento del secolo scorso) nelle loro Encicliche e documenti ufficiali, preferiscono porre l’accento sul tema della pace e della fratellanza universale.
500 anni fa la Riforma protestante di Martin Lutero. Papa Francesco di recente ha richiamato i cattolici ad approfondire la conoscenza dell’ex monaco agostiniano. Come valutare in sede storica le parole di papa Bergoglio?
Penso che i tempi siano maturi perché la Chiesa cattolica e quella protestante si confrontino senza pregiudizi reciproci. Da questo punto di vista le parole di papa Francesco non possano che agevolare e favorire questo dialogo. Sono persuaso che il cristianesimo non possa che trovare giovamento da questo nuovo percorso intrapreso.
Papa Leone X si trovò a dover affrontare lo scisma luterano. Quali parole utilizzò nei confronti del riformatore tedesco?
Papa Leone X non comprese le ragioni di Lutero che anzi venne ostracizzato dal papa mediceo senza possibilità di appello. Papa Leone X non accettò l’attacco (fortemente violento e polemico nel linguaggio) del monaco tedesco rispetto alla funzione svolta del pontefice nella vita della Chiesa e alla pratica della vendita delle indulgenze considerata dal monaco agostiniano perversa. Per condannare il riformatore, papa Leone X utilizzò la migliore retorica biblica- rammentando ai cristiani come «l’obbedienza sia fonte e origine di ogni virtù». Lutero venne paragonato al filosofo Porfirio e visto come elemento di divisione della cristianità. Oggi il dialogo ecumenico tra le diverse confessioni di fede cristiane è in fase avanzata e può far affermare a buon diritto che di strada ne è stata fatta da allora! E questo è certamente un bene.
Che cosa la colpisce maggiormente del linguaggio di papa Francesco? E quali sono stati a suo parere i pontefici del Novecento che più hanno rappresentato una cesura rispetto alla retorica dei pontificati tardo medioevali?
Papa Bergoglio usa un linguaggio diretto e franco. Non teme di disorientare i vertici della Sua Chiesa se necessario. Appena eletto non esitò a criticare un certo clericalismo di ritorno nella Chiesa indicando, al contrario, la necessità di essere percepiti dai fedeli come “Chiesa in uscita”. Si tratta di un progetto ambizioso che potrebbe in prospettiva rinnovare profondamente la Chiesa cattolica. Quanto alla seconda domanda direi che è stato il pontificato di Leone XIII a realizzare una riconnessione della Chiesa cattolica con la modernità (dal rinascimento in avanti i pontefici nei loro scritti ufficiali non lesinavano critiche severissime rispetto alla mentalità e ai costumi espressi della modernità interpretata in chiave negativa dal momento essa che allontanava l’uomo dal Dio cristiano fino allora professato). La “Rerum Novarum” utilizza un linguaggio nuovo: condanna il socialismo ma nello stesso tempo riconosce il grido degli sfruttati e dei diseredati.
E che dire del linguaggio teologico usato da Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II?
La “Pacem in Terris” di Papa Giovanni XXIII ha rappresentato il tentativo (in buona parte riuscito) di connettere la Chiesa alle sfide poste in essere dal mondo degli anni Sessanta, espressione della “Guerra fredda” e della lotta al totalitarismo comunista. In quella Enciclica papa Giovanni XXIII va incontro all’uomo, tanto da declinarne i diritti inviolabili di cui è depositario ultimo. Giovanni XXIII aveva intuito la necessità di condurre la Chiesa incontro alle sfide del nuovo millennio (a dispetto del precedente pontificato di Pio XII certamente più conservatore rispetto al cambiamento dei costumi del Paese). Paolo VI è stato continuatore coerente dell’opera del “papa buono”, sia per quanto concerne l’indirizzo teologico e politico, sia per quanto concerne il tentativo di avvicinare la Chiesa al movimento operaio e ai più deboli in generale. Inoltre ne ha accentuato lo spirito profetico. Giovanni Paolo II è stato il papa che più ha parlato con il linguaggio del corpo, al di là dei suoi scritti che in ogni caso furono intrisi di grande misticismo teologico.
Per un cristiano il rapporto violenza/ guerra non ammette sconti. Come si è evoluto il tal senso il linguaggio dei pontefici nel corso dei secoli? E come valuta le critiche che papa Francesco riceve da certi settori della Chiesa cattolica rispetto ad un linguaggio giudicato poco “meditato”?
La Chiesa medioevale si rifaceva molto all’Antico Testamento che in parte non è alieno nel descrivere scene di violenza. La violenza era in qualche modo realtà quotidiana nella vita delle persone. Già Sant’Agostino interpellato sull’argomento non lesinò a parlare di “guerra giusta” se necessaria per difendere un bene superiore. Nel corso dei secoli la Chiesa ha sempre più accentuato il suo messaggio di pace universale. Restano emblematiche a tal proposito le parole con le quali papa Benedetto XV stigmatizzò il primo conflitto mondiale: “l’inutile strage”. Mai frase fu più emblematica rispetto al ripudio della violenza. Quanto a papa Francesco, penso che nulla del suo messaggio sia lasciato al caso. Papa Bergoglio è il papa che abbatte i muri dell’incomprensione e il suo linguaggio è diretto al cuore delle persone. Questo certamente non piace ai settori più conservatori della Chiesa ma tutto questo (giustamente) non spaventa il papa argentino che incessantemente prosegue la sua opera.
La Chiesa per Sua natura è chiamata ad annunciare Cristo. Da intellettuale laico come valuta il rapporto che si è venuto a creare tra Chiesa cattolica e la modernità? Vede rischi di secolarizzazione anche nella Chiesa di papa Francesco?
La Chiesa medioevale si arrogava il diritto (in quanto depositaria del messaggio di Cristo) di condannare tutto ciò che in qualche modo potesse minare l’autorità della Chiesa cattolica. Ecco spiegato il richiamo continuo al diavolo visto come distruttore dell’ordine costituito. Già nel Rinascimento i pontefici cercano di declinare diversamente il loro rapporto con il potere. Il papa è vicario di Cristo ma la nascita degli Stati nazionali determinò una limitazione del potere temporale della Chiesa. Non sono in grado di denunciare quelli che sono i rischi che corre la Chiesa di oggi rispetto alla secolarizzazione (compito che spetterà agli storici del futuro), tuttavia sono convinto che la Chiesa stia attraversando una fase di profondo rinnovamento interno. Vedremo quale sarà l’approdo alla quale arriverà la Chiesa cattolica e la cristianità in generale.

Enzo Cardone

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