22 giugno 2014

Dice Jacopo da Varazze, nella sua Legenda aurea, che il nome Donato suona come “da Dio nato” e questa nascita è per rigenerazione, per infusione di grazia e per glorificazione. I santi, infatti, nascono quando muoiono: la loro morte è la vera nascita e, come i bimbi, cercano così un ampio spazio dove vivere, un cibo più ricco di cui nutrirsi, un’aria più libera per respirare e la luce per vedere. E dunque Donato è davvero “dal dono di Dio nato”. Donato fu educato e cresciuto con l’imperatore Giuliano, nel III secolo d. C., il quale però, ancora sul trono, fece uccidere i genitori del futuro santo. Lui invece riuscì a fuggire, rifugiandosi nella città di Arezzo, dove, stando con il monaco Ilario, compì molti miracoli. Uno, tra i tanti: per un periodo di tre anni non cadde pioggia e la siccità era grave. I pagani si radunarono davanti all’imperatore e gli chiesero che fosse loro consegnato Donato che aveva prodotto la siccità con le sue arti magiche. L’imperatore si rivolse allora a Donato, che uscì, pregò il Signore e fece scendere una pioggia abbondantissima. Lui con le vesti asciutte tornò a casa mentre gli altri erano tutti fradici. Da parte sua Isidoro di Siviglia, nelle sue Etymologiae, segnala la vicenda di un altro Donato, vescovo di Epiro, che avrebbe ucciso un enorme drago il cui fiato appestava l’aria e il cui corpo sarebbe stato trascinato a fatica da otto paia di buoi, fino al rogo su cui fu bruciato. Qui il drago rappresenta il diavolo, in una delle sue tante manifestazioni e Isidoro ne conosce tre varianti: il drago che veglia sulle mele d’oro del giardino delle Esperidi, il drago-stendardo che figura sulle insegne militari e il drago anulare che, mordendosi la coda, rappresenta il tempo rotondo e circolare, dell’eterno ritorno, inventato, secondo Isidoro, dall’antica civiltà egizia. D’altronde le etimologie, su cui lavora incessantemente Isidoro, non sono tanto la giustificazione storica del senso e del significato delle parole, quanto l’esposizione di una vis (forza) che le parole contengono. Le parole, infatti, o direttamente divine o da Dio ispirate, hanno la forza di produrre fatti inattesi e sorprendenti: miracoli (se è vero che Giovanni dice, all’inizio del suo vangelo, che «il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi» per agire ed essere al nostro fianco). I predicatori, come Jacopo da Varazze e molti altri, traevano dai sermones (prediche) una catechesi che funzionava come un prato fiorito di vari esempi pratici e quotidiani: utili nella vita domestica e pubblica cui infallibilmente si applicavano. Tornando al nostro Donato, aretino e con culto a Pinerolo e a Frossasco: nel quadro del disordine delle istituzioni pubbliche del suo tempo, il “vir santus”, il santo vescovo e i suoi collaboratori, suppliscono alle loro carenze con l’uso delle armi spirituali, private, per così dire, ma di grande efficacia pubblica. E proteggono i “cives”, per esempio, con l’efficace azione del bastone episcopale, che si rivela un’arma innocua, cioè che non fa danni materiali, ma anzi contribuisce in modo determinante alla pacifica e spirituale convivenza dei vari strati della popolazione. Rinvio infine, per le notizie storico-artistiche sul Duomo cittadino, dedicato proprio a Donato e in origine di stile gotico schietto, più piccolo dell’attuale ma già a tre navate, all’accurata scheda in distribuzione all’ingresso della Chiesa. Per l’attività musicale, l’organo e gli organisti del Duomo è da leggere lo studio di Paolo Cavallo.

 

Domenico Carosso

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