13 giugno 2014

Una mano si posa sulla spalla di Bernardo Antonio Vittone: è il collega ingegner Michele Buniva che, con aria dolente (falsamente dolente, è chiaro) gli dice: «La sai l’ultima?». Bernardo si pianta saldamente sulle gambe: «I catecumeni maschi hanno trovato un passaggio che può metterli in comunicazione con la camerata delle femmine e ne approfittano da tempo. In curia non sono per nulla contenti». La parete, verso il fianco del Duomo di San Donato, che chiude il serpentone di case che genera, a destra, la via Corpo di guardia e, a sinistra, la via Seminario, fa da affaccio ai locali dei birri e a quelli della Caffetteria di monsù Francesco Vajra. A differenza di Venezia, qui c’è la guerra, quella detta di Successione Austriaca. Piemontesi e Austriaci contro i Gallo-Ispani. Oggi, 12 luglio 1747, all’Assietta nevica. Bernardo sorseggia pensieroso il suo bicerin. Non lo preoccupa la guerra, ma i pagamenti per l’ospizio dei catecumeni. Esce. Poco prima della via dei Calzolari, esita di fronte al negozio di barbiere di Giovanni Lanò (ci tiene all’aspetto), ma il tempo stringe e preferisce soffermarsi al botteghino del libraio Giuseppe Garrone. Non degna di uno sguardo il trattato di Teofilo Gallaccini “Trattato sopra gli errori degli architetti”, dell’editore Pasquali di Venezia con aggiornamenti di Antonio Visentini; sparla anche di Bernardo (lo paragona agli architetti che vanno in cerca di bazzecole e trastulli, per far comparsa spiritosa e vaga). Garrone, con aria da cospiratore, gli sottopone un librone dell’editore Albrizzi: “La Gerusalemme liberata”.

Lo comprerebbe, se non costasse troppo. Non è tirchio. Solo parsimonioso. Lo sfoglia con competente attenzione. Lo compra. (Ne trovai traccia a Venezia alla Marciana). La cosa nasce così. Un bel giorno, Giambattista Albrizzi, raffinato editore veneziano, scende dalla gondola in calle del traghetto a San Beneto e attraversa, non senza segnarsi passando davanti alla chiesa, il picciol campo che contiene Cà Pesaro, sede della sua stamperia. Nel caffè “Alla Venezia Trionfante” ha appena letto dello scoppio della guerra che contrappone gli austro-russi ai turchi; è eccitato: ricorda il contributo che, circa trent’anni prima, Antonio Vivaldi aveva dato alla vittoria dei veneziani, con il sacro oratorio militare “Juditha Triumphans”. Sulla soglia, mentre accarezza quel gattino che gli si struscia addosso, gli viene una formidabile idea: fare una nuova edizione della “Gerusalemme liberata” del Tasso. Questa volta Venezia non partecipa alla guerra, ma una mano ai cristiani bisogna pur darla. Giambattista Piazzetta, letto il biglietto di Albrizzi, giunge in gondola in calle del traghetto, si avvia verso Cà Pesaro e, giunto sulla soglia, dà un calcio a quel gattino che cerca coccole e va a conferire  con lo stampatore.

Nasce un capolavoro dal costo di otto zecchini, più o meno come acquistare una Panda oggi. Ma il successo è assicurato tanto che alcune tavole vengono riprodotte su ceramiche (vedi una tazzina di Capodimonte, ora all’Art Museum di Seattle, e un rinfrescatoio di Doccia, ora al Museo Nazionale di Capodimonte).Osserviamo le caratteristiche della sequenza delle tavole (con il loro “respiro”): è evidente sia l’influenza del teatro, sia della musica. A Venezia ve n’erano nove principali: S. Cassiano, S. Moisé, S. Luca – ora “Goldoni” -, S. Samuele, S. Angelo, S. Giovanni Grisostomo – ora “Malibran” -, S. Benedetto – ora “Rossini” -, La Fenice e più di dodici minori: Carmini, Labia, Murano, Balbi a Mestre, Pepoli ai Tolentini, Bassaglia a S. Felice, S. Maria Maddalena, S. Maria Mater Domini, Casino degli Orfei a S. Benedetto, il Cambi, Casino del N.H. Moro Lin ; circa uno ogni 600 abitanti, neonati compresi. La passione dei veneziani per il teatro è anche confermata da un preziosissimo reperto: il settecentesco “Teatrino Grimani”, ora conservato nel museo di “Casa Goldoni”.

Tutto è originale: scene, costumi, luci, macchinisteria. Il tutto di grandi dimensioni: circa un quarto dell’originale. Dovevano ben divertirsi e imparare, i bimbi Grimani (e non solo i bimbi). Questo excursus sui teatri veneziani non è casuale: si riflette sulla “composizione”, letteraria e iconografica, della Gerusalemme. Venezia fa di necessità virtù: mette Marte a riposo come se fosse appagato, mentre è sfiatato e nelle storie scioglie i densi impasti di colore dei “tenebrosi”. Scioglie, diluisce, schiarisce (a cominciare, guarda caso, dal Piazzetta) con toni e soggetti sempre più luminosi, sempre più abbaglianti, una grandezza che non c’é più. «Canto l’arme pietose e ‘l capitano», recita l’incipit; il Piazzetta, nell’ antiporta fa vedere un Marte distratto al quale un putto ruba addirittura le armi: è humour puro. Albrizzi e Piazzetta rispondono con ironia e sarcasmo a tutti coloro che parlano della “decadenza” di Venezia basandosi su bocconiani parametri di produzione, mentre per la qualità della vita, quello è il momento più  splendido della città: percorrete Venezia cercandola “nella densità dei suoi muri“, muri talmente densi di storie che non riesce più a contenerle; tanto che, a sfiorarli con le dita si possono sentire, distillate, lacrime e umori d’eros d’antan che umettano i polpastrelli. Fa ridere pensare ai tecnici che tentano di risanare questi muri; muri che, secondo loro, pescano acqua dai rii; tecnocrati ottusi! Prosciugate i rii e i muri continueranno a buttare umori! Anche di questo ci parlano nella tavola che chiude il libro. Basta vedere la loro posa: Albrizzi pomposo e colloquiale, ma, sottotraccia, con un’aria sbarazzina da Drag-Queen; Piazzetta volge appena la testa e ci concede lo sguardo acido, un Bonito Oliva passato alla trafila, per intenderci, di quello che scalcia i gatti e non parla con nessuno (pagherà con la miseria – Piazzetta, non Bonito Oliva – questo suo essere al top come saturnino, atticciato). Si vede che è sdegnato per l’ottusità di coloro che pontificano su Venezia. Sarcasmo; guardate la tavola in cui una fanciulla si tappa le orecchie al suono di un tamburino: basta guerra! Ci vorrebbe oggi una cosa così. Tutte le tavole scartano il fragore cupo della battaglia per insinuarsi nei grossi varchi che il Tasso ha lasciato tra ferri e cuori e illuminano il sottile e delicato gioco dei sentimenti. Albrizzi, Piazzetta, Tiepolo sfondano, sbriciolano il massiccio tetto della casa della guerra per farci vedere il cielo. Vox populi: alla Storia vien data voce dai gondolieri che, meglio di tanti artisti pique-assiette d’oggi, la nobilitano e cantano: «Intanto Erminia fra le ombrose piante…»; canto che rimbalza nel cuore di Goethe: «È il canto che un’anima solitaria fa sentire da lontano, affinché un’altra anima solitaria e mossa dallo stesso sentimento, ascolti e risponda».

Sembra di sentire il concerto per violino discordato di Vivaldi. Discordato è anche Bernardo: le cose all’Ospizio sono andate  proprio male. E non solo perché la facciata non è venuta bene: vi è un fastidioso squilibrio tra i ritmi serrati del piano terra e del mezzanino ed il resto della facciata; ritmi che acquisterebbero la giusta vibrazione solo se accompagnati dal porticato non realizzato. Misteriosa resta comunque l’eccessiva altezza del piano nobile; domanda che si pone anche Ottavio Avenato del Lingotto, Intendente nel 1751, in un’analisi delle vicende dell’Ospizio: «Non si trova il disegno del taglio della fabbrica dell’Ospizio temendovi vi sia qualche sottomano da chi ha interesse a coprire la troppa elevazione del piano nobile e soffocazione del secondo». Quel porticato, Bernardo l’aveva civilmente inteso come protezione delle botteghe in cui i catecumeni avrebbero venduto il prodotto del loro lavoro; S.M. invece sin dall’inizio l’aveva inteso militarmente: «Pel commodo dei soldati in tempo di pioggie».

SERGIO SANTIANO
Palazzo Vittone

Palazzo Vittone di Pinerolo in una foto di Walter Molinero