03 aprile 2015

La crocifissione di Gesù è la materiale premessa alla pasquale Risurrezione di Cristo, avvenuta tre giorni dopo il suo supplizio sul Gòlgota.
Marco Tullio Cicerone nelle “Verrine”ha definito la crocifissione «il supplizio più crudele e massimamente terrificante», riferendosi quasi certamente al tremendo episodio del supplizio punitivo comminato ai gladiatori rivoltosi comandati da Spartaco, che vennero brutalmente trucidati nel 71 aC in numero di più di seimila.

Allegato 1- Vita 6, Figura 1 [1878 - Fyodor An Bronnikov, Crocifissione Romana per Inchioatura Completa (Mani e Piedi)]

– Fyodor Andreevic Bronnikov, Il Sito dei Dannati, 1878. Il dipinto propone la Crofissione Romana con Stavro Composito, usato all’epoca del supplizio di Gesù

 All’epoca della condanna a morte di Gesù la più comune crocifissione avveniva non proprio come viene raffigurata nelle rappresentazioni consuete dell’arte e recente, con il condannato posto sopra una croce (detta latina, composta da due pali disposti perpendicolarmente tra loro con misura diversa: di cui il componente ligneo verticale era il più lungo).

Era bensì applicata in diverse altre maniere di appensione e tormento: che consistevano principalmente nel modo semplice dello Stauro (cosiddetto Combinato, o Composito, ovvero con due pali assemblati a T), nell’arcaico sistema dello Stauro Singolo (un solo palo verticale), o anche nella Crocifissione (quella Legata, fissando il giustiziato alla traversa orizzontale tramite corde, o nel genere Inchiodata; e scarsamente nella forma ad X della tipica croce greca, con cui è stato martirizzato San Pietro).

La croce romano-giudea dell’epoca di Gesù consisteva dunque, prevalentemente, nella combinazione di due tronchi di legno, incastrati perpendicolarmente, composti dal patibolo (termine indicante, nel linguaggio latino antico, la stanga superiore del Crocifisso, orizzontale, che il condannato doveva portare personalmente sulle spalle dal sito della sua fustigazione fino al luogo del supplizio), e dallo stipite (elemento ligneo verticale, già saldamente conficcato nel terreno; e, con tale apparato di pena (tanto giudiziaria quanto fisica) la stanga orizzontale veniva appoggiata ad incastro (a croce, appunto) sul palo di sostegno tramite un apposito foro, per provvedere a tenere il condannato, legato o inchiodato.

Patibolo e stipite inoltre venivano semplicemente collocati uno sull’altro nella forma di una T (ovvero della Tau greca) senza che il palo verticale sporgesse molto al di sopra del suo trave superiormente incastrato, ma soltanto per quel poco che fosse sufficiente ad applicare il cartello di giustificazione della condanna (Titolo).

Nello stipite inoltre, sebbene non sempre, era applicata una sporgenza (il Pegma: semplice piolo o effettivo sedile rozzo) su cui poteva venire assestato il suppliziato, perché potesse aiutare la stabilità del corpo appeso.

Conosciuta nelle epoche storiche più antiche a partire da Sumeri e Assiri, a Roma la Crocifissione appare verso il 270 aC, a seguito dei contatti bellici con i Cartaginesi; e si protrae fino alla sua abolizione ufficiosa da parte dell’Imperatore cristiano Costantino I nel 337.

Allegato 3 - Vita 6, Figura 3 [1594 - Pieter Van DerBorcht, 'Appensione, o popolarmente Impalatura' (Stavro Semplice)]

Pieter Van Der Borcht, Appensione, o popolarmente Impalatura, 1594. Illustrazione di Stavro Semplice romano-arcaico per il volume De Cruce – Libri Tres di Giusto Lipsio)

Interessanti attestazioni di questa di punizione ci pervengono da due significativi casi: il famigerato episodio (riportato dallo storico ebreo Giuseppe Flavio) delle condanne inferte agli abitanti di Gerusalemme conquistata nel 71 dall’imperatore Tito, crocifissi in massa (nella quantità di 500 persone al giorno fino al totale stipamento della disponibilità spaziale del posto del supplizio), ed il curioso graffito inciso dall’ignoto Alessàmeno, soldato romano addetto alla guardia delle crocifissioni presso il Circo Massimo (e non l’Anfiteatro Flavio) sul muro del Pedagogio a Roma, che per trascorrere il tempo del suo noioso incarico ha inveito sarcasticamente, con un blasfemo disegno tracciato tra 283 e 285, contro il dio cristiano (ovviamente Gesù) raffigurato con una testa d’asino (l’animale che i Pagani attribuivano ai primi seguaci di Cristo).

La testimonianza dei Vangeli

Per tentare di verificare la reale modalità di sistemazione di Cristo sulla croce, si può risalire alle narrazioni evangeliche. L’apostolo Giovanni (testimone diretto) utilizza proprio il termine greco “stavros” per indicare la crocifissione subìta da Gesù, avvalendosi di quel nome linguisticamente traslato poiché in ebraico non esiste la parola croce.

I testi biblici e della antichità ebraico-giudea, riferiscono sempre – per l’esecuzione capitale dei condannati a morte a causa di reati comuni o politici – la palificazione (che non è la più truce infilzatura corporea effettuata da certe civiltà antiche), eseguita con l’appendimento del suppliziato, legato per le braccia: lo attesta il Deuteronomio, che descrive il condannato a morte per crocifissione come appeso ad un elemento (ligneo o lapideo) verticale (“il suo corpo morto” messo “al palo”); e ne dà conferma il sacerdote e scriba ebraico Esdra, che nel suo Libro spiega anche l’evento del trasporto “domestico” della croce da parte del condannato (“Sarà tolta una trave dalla sua casa ed egli vi sarà messo al palo”).

Ed anche lo adombrano i due Apostoli più importanti, Pietro e Paolo, che parlano della passione di Cristo usando la generica parola “legno”.
In origine però al vocabolo ellenico stavros veniva attribuito il significato di un palo diritto a cui appendere qualsiasi cosa ed il suo cambiamento di significato (e corrispondente forma) si sarebbe verificato con l’influenza dei Romani dall’inizio del loro dominio sui territori di lingua greca.

Le indagini su tale genere di supplizio (e di questione storico-critica) riferite alla passione di Cristo, hanno ultimamente raggiunto anche altri risultati, affrontando eterogenee direzioni di ricerca, ipotetiche ed empiriche, che addirittura conducono a conclusioni impreviste e sorprendenti.

Indipendentemente dai sistemi di postura sul patibolo, diversi esperti biblisti optano ormai per ritenere la forma dello stavro «un palo con braccio trasversale».
E come si è giunti, allora, alla tradizione, anche secolarmente raffigurativa del Crocifisso usuale che tutti conoscono come un incrocio di due pali tra loro perpendicolari, con la parte superiore alquanto emergente dalla traversa, su cui veniva posto il condannato con una elementare inchiodatura?

Allegato 4 - Vita 6, Figura 4 [1978 - Eytan Zias, Ricostruzione della Posizione sulla Croce di Giovanni]

Iniziale (e imprecisa) ricostruzione, del 1978 e dell’illustratore Eytan Zias, della posizione sulla croce di Giovanni (Yehohanan) figlio di Hagdock – ritrovato nella periferia nord-occidentale di Gerusalemme nel 1968 – effettuata sugli scarsi resti ossei del morto

 Un indizio proviene sempre dai Vangeli e si ritrova nella affermazione dubitativa di Tommaso, che voleva accertare l’avvenuta morte di Gesù guardando «il segno dei chiodi nelle sue mani» e non solo «nel suo costato», con cui viene chiaramente testimoniata la crocifissione di Cristo tramite inchiodamenti plurimi. Ma sta nella iniziale liturgia commemorativa dell’evento, provenutaci dal II secolo dopo Cristo, che certi autori paleocristiani riportano l’immagine del crocifisso nell’aspetto che oggi è stata fissata figurativamente.

I progressi delle ricerche empiriche
In particolare si trova in Ireneo di Lione l’attestazione istitutiva, espressa nel 173, della “forma della croce” geometricamente identificata con «cinque punte ed estremità, due nella lunghezza, due nella larghezza, e una nel mezzo, là dove si posa colui che vi è confitto»: una considerazione attuativa che poi è stata iconograficamente seguìta nelle più note rappresentazioni sacre dell’arte, con Gesù collocato sui due pali perpendicolarmente intersecati, ed inchiodato con le braccia aperte e le gambe unite, nel criterio secondo cui nel 139 lo aveva dichiarato lo scrittore ellenico Artemidoro di Daldi riferendosi alla prassi romana di esecuzione delle condanne a morte per crocifissione.

Tale ultimo aspetto formalmente stabilizzato all’epoca della vita di Gesù, che esclude le altre testimonianze storico-archeologiche riportanti modi esecutivi diversi dalla inchiodatura possiede comunque a sua volta qualche conferma effettiva negli ultimi ritrovamenti di scavo archeologico: di cui il più eclatante e coerente è riferibile all’uomo crocifisso rinvenuto nel 1968 nel quartiere nord-orientale di Gerusalemme Giv’at-Ha-Mivtar, denominato Crocifisso di Yehohanan (Giovanni) figlio di Hagkol (come risulta inciso sul suo ossario), le cui porzioni scheletriche sono state scoperte dall’archeologo israeliano Vassilios Tzaferis in un’urna del cosiddetto Periodo Erodiano (37 aC – 6 dC); la cui ricostruzione anatomica della posizione sulla croce risulta di datazione dello stesso secolo in cui è morto Cristo, e però non come lo ha inizialmente disegnato Eytan Zias (illustratore del Dipartimento di Antichità del gerosolimitano Museo Rockefeller) nel 1978 (legato al Patibolo per le braccia e fissato con chiodi soltanto alle caviglie contro i lati dello Stipite, nella tipica articolazione di pali a T di versione combinata dello Stavro Complesso), bensì secondo la più analitica versione fisica (pubblicata nel 1985) del suo collega anatomista Eliezer Sekeles, il quale ritiene che il condannato sia stato affisso con chiodi anche sul legno orizzontale (e per di più nei polsi e non nei palmi delle mani) deducendolo dai segni delle ferite rinvenute sui resti dello scheletro.

Insieme alle laboriose sperimentazioni di laboratorio attuate su cadaveri umani tra il 1931 ed il 1935 dal chirurgo Pierre Barbet per verificare possibili tipi di crocefissione tramite inchiodatura, questo reale ritrovamento israeliano è ancora più straordinario e sorprendente perché la data di riferimento all’individuo crocifisso risale proprio al periodo di Gesù e attesterebbe con strabiliante certezza il possibile sistema di crocifissione chiodata comunemente riportata dalla tradizione iconografica cristiana: essendo le reliquie yeohohananiane state deposte in un ossario collocato entro una camera ipogea utilizzata soltanto dal 40 al 70, è ipotizzabile che il personaggio in questione sia stato crocifisso nel 66 (durante la repressione della rivolta antiromana degli Zeloti, o al massimo nell’anno 71, quando si compì la citata crudele repressione punitiva rivolta ai Giudei sopravvissuti, vinti e inermi, crocifissi con una spettacolarmente macabra esecuzione di massa ammonitrice, durata diversi giorni consecutivi.

Corrado Gavinelli

874--Heelbone and nail

Reperto di un tallone di Giovanni, trafitto dal chiodo che lo attaccava alla sua croce

Allegato 6 - Vita 6, Figura 6 [1932 - Pierre Barbet, esperimento sulla tenuta di un uomo crocifisso]

Esperimento del medico-chirurgo Pierre Barbet, attuata nel 1932 su un cadavere umano per verificare la tenuta di un uomo crocifisso, inchiodato ai polsi (e non ai palmi delle mani)