5 gennaio 2016

Da sempre, in questo periodo dell’anno, mi chiedo quali possano essere i migliori auguri da donare alle persone a me care e a quelle che incontro sul mio cammino e che ogni giorno si aggiungono alle mie conoscenze. E da sempre, mi ritrovo a riflettere sull’importanza dei piccoli gesti, dei doni fatti con il cuore e della semplicità di donare sorrisi, anziché troppi regali che riempiono la vita di oggetti e la svuotano di significati. Anche quest’anno mi sono soffermata a pensare alle relazioni da me intessute e a quelle vissute e, tra voli pindarici, sorvolando il nostro mondo con le ali delle parole, mi sono ritrovata a riflettere sulla comunicazione e sulla vita stessa. Ho notato che, allo stesso tempo, viviamo come estranei al mondo e come amici di tutti.

Sul web, siamo in grado di renderci fautori di ideologie apocalittiche e, nella quotidianità, non siamo in grado di aiutare una vecchietta ad attraversare la strada o a portarle la borsa della spesa. Siamo giudici terribili contro le ingiustizie del mondo, quotando progetti e intavolando petizioni di firme online e non siamo in grado di “bene-dire” i nostri genitori che, seppur con tutti gli errori compiuti, ci hanno donato la vita. Diventiamo grandi oratori con le questioni altrui e non sappiamo più parlare ai nostri figli, oberati come siamo dalle infinite attività che ci bombardano quotidianamente. Siamo sempre presenti per organizzare Flash mob, ma non lo siamo mai per festeggiare in famiglia le festività, a causa degli impegni che ci sgretolano la mente e inibiscono le nostre emozioni, inaridendo tutte le nostre relazioni.

Il maggior ideale, al quale tutti assurgiamo, è la pace nel mondo e, invece, nella nostra realtà quotidiana, viviamo una schizofrenia dissociativa, odiando tutti quelli che ci stanno accanto (e sono diversi dal nostro immaginario) e diffondendo discordia con le nostre male lingue. Proprio in questo periodo di riflessioni, mi è capitato fra le mani un libro molto interessante che, attraverso la metafora del manicomio, fotografa al meglio tutte le “malformazioni del nostro tempo”. Il manicomio come simbolo «dell’unica assurda soluzione» che le persone hanno a disposizione «per ristabilire un contatto con  loro stesse e col mondo».

Ecco che troviamo una “Muta” che decide di smettere di parlare senza che alcuno le chieda il motivo della sua decisione; c’è un “Maestro d’orchestra” che ricerca ossessivamente il suono perso; poi c’è “Schermocchio”, un bambino inascoltato e dimenticato definitivamente dall’egoismo e dall’individualismo dei genitori che decide di diventare il più grande e nevrotico devoto dello schermo televisivo. Compare anche un “Lavatesta”, un nonnino che sceglie di lavare i ricordi, perché nessuno desidera più ascoltarli; c’è un “Orologiaio”che continua ad aspettare l’ora esatta dal momento in cui ha perso l’appuntamento più importante della sua vita a causa di un impegno lavorativo: la nascita di suo figlio. Possiamo trovare anche “lUomoNero” che si nasconde sempre, non sapendo più chi egli sia, a causa delle storie che, negli anni, hanno inventato su di lui, ricavandone anche un sacco di soldi.

Poi c’è “Social”, un malato di “social network” che non riesce più a riconoscersi nella vita reale, troppo dispersiva e ripetitiva; vi è anche  un “Presidente” che, è stato “ripudiato” dal mondo politico a causa dello sfregio lasciato sul volto da un ictus. Proseguendo la lettura, possiamo conoscere il piccolo “Caffellatte”, un bambino abbandonato su un marciapiede, «tra un escremento di cane e la porta del manicomio», perché la «sua gente non aveva né soldi né tempo di curare il suo male»; poi c’è “Panzona”, una «vecchissima piccola donna», «travestita di un’età tre misure più grandi della sua», «vomitata direttamente dal marciapiede delle strade per bene della città». Infine, vi è la stessa “Direttrice” del manicomio Insaniamentis che, curando gli ospiti del suo istituto, cerca di espiare le colpe che la sua incapacità di amare ha provocato.

Ma è questo il mondo in cui vogliamo vivere? Vogliamo veramente tutto questo per i nostri figli? Che cosa desideriamo realmente per loro (e per noi) in questo 2016? Che cosa, invece, vorremmo abbandonare di questo anno passato? Ecco, sono proprio questi paradossi del mondo che vorrei lasciare nel 2015: le incomprensioni, l’incomunicabilità, la discordia, l’odio, la separazione, l’indifferenza, l’arroganza e la superbia, che è la “vanità delle vanità” (Qo 1,2).

In  questi giorni, ho capito che cosa desidero sopra ogni cosa per questo nuovo anno: imparare a riflettere sulle cose, essere veramente libera e amare la vita così com’è, perché è un dono che mai nessuno potrà ri-donarci o programmarci o, ancora, strutturarci: esso è un dono causante (di amore) causato (dall’amore più grande).

 

Bertuglia Laura,“A-social Network – I paradossi della società della non comunicazione”, Edizioni Ilmiolibro

Erica Gavazzi

1163710_copertina_frontcover_icon140