Annesso il Piemonte alla Francia, Napoleone volle una ristrutturazione delle diocesi del Piemonte; papa Pio VII, il 1 giugno del 1803, raccomandò al legato, il cardinal Giovanni Battista Caprara, di procedere nella nostra regione alla soppressione di nove diocesi. Furono soppresse le diocesi di Susa, Pinerolo, Fossano, Alba, Biella, Aosta, Tortona, Bobbio (in provincia di Piacenza), Casale. Quest’ultima fu ripristinata ben presto, nel 1805, ai danni di Alessandria. Il 23 novembre veniva comunicata al Capitolo di San Donato la soppressione della diocesi. Il nome e il titolo della diocesi di Pinerolo erano annullati e soppressi in perpetuo; l’antico vescovado di Pinerolo sarebbe stato unito perpetuamente al vescovado di Saluzzo. Il piano di riduzione delle diocesi diventò effettivo il 23 gennaio 1805. Mons. Giuseppe Maria Grimaldi, vescovo di Pinerolo dal 1797, firmò l’ultima lettera pastorale il 18 febbraio 1805 e lasciò definitivamente Pinerolo, per la sua nuova destinazione di Ivrea, il 27 giugno. Non solo la diocesi, ma nel 1801 diverse parrocchie erano state in precedenza soppresse e altrettanto era avvenuto per gli Ordini e le Congregazioni Religiose. Nelle Valli di San Martino e di Luserna e nelle località dell’Inverso di Perosa, in alcune parrocchie molto vicine tra loro vi erano pochi individui. Occorreva ridurne il numero per dare ai parroci una sufficiente congrua. Furono soppresse le parrocchie di Prali, Chiabrano, Pomaretto, Inverso Pinasca, Pramollo, Turina, Bobbio Pellice, Rorà, San Giovanni, San Bartolomeo (Prarostino). Nelle zone interessate i benefici parrocchiali e vicariali scesero da ventotto a tredici. I beni e le rendite dei benefici soppressi furono assegnati ai valdesi che «ritenuti meritevoli della riconoscenza nazionale» erano rimasti senza i «non mediocri sussidi che ricevevano dall’Inghilterra». I valdesi avevano salutato con gioia il Governo Repubblicano e, sottomettendosi ad esso, avevano dovuto rompere i legami con l’Inghilterra, nemica di Napoleone. Ma, proclamato l’Impero, nel 1805 le parrocchie valdesi furono annesse alla Chiesa Riformata di Francia, il Sinodo fu soppresso e di conseguenza vennero meno la Tavola e il Moderatore; i ministri valdesi, detti comunemente pastori, dovettero giurare fedeltà a Napoleone. Mentre i cattolici pinerolesi restavano senza vescovo, i valdesi si trovavano nell’impossibilità di fare riferimento all’Internazionale Protestante che aveva avuto, nella loro storia, un peso non indifferente. Rientrando in ambito cattolico osserviamo che in diocesi vi erano nel 1799 quindici case religiose, di cui sette in città. Se ne andarono gli Agostiniani, i Francescani (conventuali, minori, cappuccini), i Fogliesi dell’Abbazia, le Clarisse, i Servi di Maria. Anche il Monastero della Visitazione fu soppresso, ma le sette monache, ospitate in vescovado, non lasciarono la città. Soltanto i Cappuccini in seguito sarebbero tornati.
In diocesi di Saluzzo
Nel 1805 passarono all’arcidiocesi di Torino le parrocchie di Riva, Buriasco, Baudenasca. Tutte le altre passarono alla diocesi di Saluzzo affidata al vescovo Teresio Carlo Maria Vittorio Ferrero della Marmora. Costui era in precedenza vescovo di Casale dal 1796; il trasferimento a Saluzzo lo sollevò da grandi difficoltà che aveva incontrato nella diocesi casalese. Guidò la diocesi pinerolese attraverso un vicario generale foraneo; dapprima tale incarico fu affidato a canonico Giuseppe Domenico Cle Rasini, cui subentrò, nel 1808, il canonico Giuseppe Negri che ebbe al suo fianco, quale provicario, il parroco di San Donato Spirito Isoardi. Il vescovo venne certamente più volte a Pinerolo, ma non vi sono documenti relativi a particolari visite o incontri. Anzi, quando a Pinerolo passò il segretario di Stato di Pio VII, il cardinal Pacca che era condotto in prigionia a Fenestrelle, al vescovo non fu concesso di incontrarlo. Il Ferrero della Marmora si occupò sì del territorio del Pinerolese, ma lo fece stando a Saluzzo. Aveva dei progetti per il nostro territorio, tra essi il ristabilimento delle parrocchie e vicarie soppresse, ma nulla andò in porto. Nelle sue lettere pastorali, e la cosa vale per tutti i vescovi dell’Impero, esaltò l’astro napoleonico sino a quando brillò. All’indomani della battaglia di Waterloo, salutò con altrettanta esultanza il ritorno dei Savoja. Sarebbe rimasto a Saluzzo sino al 1824, quando venne creato cardinale. Si trasferì a Roma, dove morì nel 1831. Le sue spoglie furono sepolte a San Benigno Canavese, nella cripta dell’Abbazia di cui era diventato titolare.
Pinerolo ridiventa sede episcopale
Già al ritorno del re nel 1814 si era avanzata l’idea di ricostituire la diocesi di Pinerolo e nel 1815 il Della Marmora, atteso che la sede pinerolese in precedenza era stata privata delle parrocchie delle Valli di Oulx passate a Susa, suggeriva di ampliarla nella pianura assegnandole le parrocchie di Cantalupa o Monastero, Frossasco, Roletto, Osasco, Garzigliana, Cavour e Villafranca. II 17 luglio 1817 Pio VII, con la Bolla “Beati Petri” ricostituiva, tra le altre, la diocesi di Pinerolo. Lo stesso pontefice affidava al cardinale Paolo Giuseppe Solaro il compito di Esecutore Apostolico per la rierezione della diocesi; il Solaro, a sua volta, il 29 ottobre 1817 incaricava il canonico torinese Pietro Antonio Cirio di pubblicare a Pinerolo la Bolla, cantar la Messa Solenne e ricevere la professione di fede dei canonici. Il 31 ottobre il canonico Cirio comunicava al Capitolo di San Donato di essere stato nominato subdelegato per la ricostituzione della diocesi. La Bolla di rierezione della diocesi fu solennemente letta in San Donato il 9 novembre. Il numero dei canonici era fissato in quattordici; si ristabiliva il Seminario; ai luoghi su cui la diocesi già estendeva la sua giurisdizione si aggiunsero Cantalupa o Monastero, Frossasco, Gran Macello, Osasco, Roletto. Le parrocchie erano pertanto cinquantasette. La Bolla affermava anche che i beni andavano ridistribuiti tra il vescovado, il Capitolo, il Seminario, le parrocchie, le vicarie così come era la situazione nel 1803.

G. Grietti

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Monsignor Teresio Carlo Maria Vittorio Ferrero della Marmora