Memoria

È la memoria una distesa
di campi assopiti
e i ricordi in essa
chiomati di nebbia e di sole.

Respira
una pianura
rotta solo
dagli eguali ciuffi di sterpi:

in essa
unico albero verde
la mia serenità.

 

Da David Maria Turoldo, “Io non ho mani”, 1948

 

David Maria Turoldo

La poesia di Turoldo si delinea con tratti spesso aspri, a volte duri e carichi di forza evocativa e imprecatoria; in ogni caso, tutta rivolta alla costruzione e affermazione di una fede aderente al dettato evangelico. La poesia “Memoria” è tratta dalla prima raccolta del poeta, dal titolo “Io non ho mani”, pubblicata nel 1948, con la quale gli è stato conferito il premio letterario “Saint Vincent”. Siamo di fronte ad una poesia giovanile, scritta presumibilmente ripensando allo scorrere della campagna, in uno sei suoi tanti viaggi tra la terra d’origine e la Lombardia. In essa traspaiono tutti gli elementi della poesia del primo novecento, in primis la lezione ungarettiana che va dal “Porto sepolto” pubblicato nel 1916, “Allegria di naufragi” nel 1919, “Sentimento del Tempo” nel 1933, “Vita d’un uomo” nel 1942 e il “Dolore”, nel 1947, testi sicuramente conosciuti dal poeta. Nella poesia “Memoria”, anche il titolo sembra richiamare la lirica ungarettiana “In memoria” che costituisce la poesia di inizio del “Porto Sepolto”. Se lo stile, il ritmo lirico, la composizione scarna dei versi sono quelli attinti dalla poetica che ormai aveva contribuito ad innovare la poesia del primo novecento, il contenuto si caratterizzano per essere legato indissolubilmente al proprio vissuto di figlio di contadini friulani emigrato a Milano, passato già attraverso una lunga esperienza di fede, di ricordi d’infanzia, di nostalgie di perduti paesaggi fortemente sedimentati nella “Memoria”, rivista qui come «…una distesa/di campi assopiti» nel bagliore dei ricordi che emergono «chiomati di nebbia e di sole», in cui la natura appare vivente attraverso il respiro, connotato dal movimento (rotto) da «…eguali ciuffi di sterpi», il cui senso letterale rimanda ad un insieme di rami secchi di vario genere – comunque morti – che hanno il potere di pungere e, quindi, ferire. La profondità di tali brevi versi stanno tutti nella contrapposizione tra l’immagine di una distesa di campi assopiti, attraversata da una “frattura” costituita da monotoni «ciuffi di sterpi»; cioè di qualcosa che ha il potere di sovvertire l’ordine della natura stessa, conferendo al componimento un senso di dolore e di morte. Richiamo evidente, questo, alla originaria disobbedienza dei versi biblici della Genesi, a causa della quale la terra intera è stata maledetta. In questa visione della natura emerge, quale ulteriore elemento di contrasto, la serenità del Poeta, vista come un «unico albero verde». Questi ultimi tre versi offrono, come tutta la poesia ermetica, diverse interpretazioni. Per comprenderne il senso occorre riguardare la biografia del poeta. Presumibilmente si tratta di una poesia quantomeno elaborata con riferimento ad un tempo anteriore allo scoppio della seconda guerra mondiale; e ciò per la sua intrinseca serenità evocativa e raffrenato senso di dolore. Leggendo ho immaginato il poeta in età giovanile, ritornare nella sua terra di origine. Ho visto e immaginato quei luoghi, che in parte ho anche avuto modo di conoscere. Ho pensato alla sua famiglia numerosa e alla sua scelta senz’altro segnante di intraprendere la vita monastica appena adolescente. Da ultimo, ho anche ricordato di aver letto da qualche parte «che nessuno è impegnato a cercare Dio più di colui che crede in Dio». Solo a questo punto mi è parso di comprendere quanto tali versi siano impregnati della necessità di una ricerca di Dio e della affermazione della propria fede. L’albero verde che si staglia in solitudine entro una distesa «di campi assopiti», non è appunto che la fede del poeta, che viene in questa lirica confermata come unica possibilità di intravedere il Volto del Creatore in un paesaggio di sogno, seppure attraversato da un senso di dolore e di morte, rappresentati qui dallo scorrere di «eguali ciuffi di sterpi».

Antonio Derro

 

 

 BREVE BIOGRAFIA DI DAVID MARIA TUROLDO

Giuseppe Turoldo è nato il 22 di novembre 1916 a Coderno, in Friuli, provincia di Udine, nono di dieci figli, da una famiglia di contadini, molto religiosa. Il suo ingresso nella vita religiosa avvenne appena adolescente, a soli 13 anni, entrando nell’ordine dei Servi di Maria, nel convento di Santa Maria al Cengio a Isola Vicentina. Nell’agosto del 1935 vi è la sua prima professione di fede, assumendo il nome di fratel David Maria. Nell’agosto del 1940 (siamo quindi a guerra già iniziata) è stato nominato presbitero nel santuario della Madonna di Monte Berico di Vicenza.
Nello stesso anno si trasferisce a Milano, dove iniziò a tenere la predicazione domenicale. Nel 1946 si laurea in Filosofia presso l’Università Cattolica di Milano, discutendo una tesi dal titolo “La fatica della ragione – contributo per un’ontologia dell’uomo”. Tra l’8 settenbre 1943 e il 25 aprile 1945 collabora con la resistenza antifascista creando e diffondendo una testata giornalistica clandestina “l’Uomo”.
Si apprende inoltre, dalle varie biografie, che ha sempre separato la fede dalla politica secondo l’assunto: «essere nel mondo senza essere del mondo – essere nel sistema senza essere del sistema». Subito dopo la guerra è tra i sostenitori del progetto Nomadelfia, fondato da don Zeno Saltini.