Commento al Vangelo della XXVI Domenica del Tempo ordinario a cura di Carmela Pietrarossa (29 settembre 2013)

“C’era un uomo ricco che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo…” (Lc 16, 19-31)

La parabola lucana del ricco epulone fa da sfondo al dies Domini che ci viene donato, investendoci della responsabilità e del privilegio di custodire e meditare nel profondo del nostro cuore la Parola, perché essa gradualmente trasformi i nostri pensieri e gesti in quelli di Gesù.

Ricordiamo il testo ed i suoi protagonisti: da un lato un uomo ricco “impegnato” ogni giorno in lauti banchetti; dall’altro un povero di nome Lazzaro, seduto alla porta del ricco, “coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco” (Lc 16, 21); solo i cani, leccando le sue piaghe, avevano compassione di lui, dimostrandosi più umani del loro padrone.
Entrambi muoiono, e mentre del primo si dice che finisce nel “grande abisso”, dell’altro che “fu portato dagli angeli accanto ad Abramo” (Lc 16, 22).
La parabola contiene il forte avvertimento a non lasciarci sorprendere dalla morte, appuntamento improrogabile a cui saremo chiamati tutti, vivendo bene il tempo presente. Moriremo così come siamo vissuti e ci realizzeremo esclusivamente nella condivisione di ciò che siamo ed abbiamo.
In quel momento riconsegneremo a Dio il dono più grande che ci ha concesso, quello della vita, questa meravigliosa avventura che Egli ci chiede di percorrere nel dono di noi stessi.
Ciò che la parabola condanna, infatti, è l’atteggiamento egoistico di chi vive e pensa solo in funzione di se stesso, ossessionato da idoli di vario genere (denaro, fama, piacere, sesso). Gesù vuole, invece, educarci a spogliarci di noi stessi per assumere uno stile sobrio che ci faccia vivere bene e serenamente accontentandoci di ciò che abbiamo e condividendolo con chi è nel bisogno. Cosa abbiamo, infatti, che non abbiamo ricevuto? Ripensando alle nostre storie personali, non possiamo non dire grazie per gli innumerevoli doni che Dio ci ha concesso. I fratelli, che Egli ci pone accanto, ci offrono, pertanto, la possibilità di comportarci alla maniera di Dio.
Nella parabola il vero povero non è Lazzaro, ma il ricco, la cui vita finirà nel sepolcro; quest’ultimo, infatti, non ha alzato lo sguardo verso la realtà circostante, essendo imbrigliato nel suo universo.
Il povero, invece, viene accolto “nel seno di Abramo”, nel banchetto del regno, non in quanto povero materialmente, ma poiché aperto a Dio ed al suo amore; nella sua indigenza, infatti, non ha smesso di essere amante.
Al ricco che chiede di mandare Lazzaro a casa di suo padre per ammonire i suoi fratelli, Abramo risponde richiamando l’essenzialità della Parola, via unica per piacere a Dio.
Anche nelle nostre vite c’è certamente un “Lazzaro”; qual è il mio atteggiamento verso di lui?
Siamo consapevoli che attraverso le nostre scelte, ci stiamo giocando l’eternità?
Probabilmente in ciascuno di noi convivono il ricco epulone ed il povero Lazzaro, a seconda delle circostanze e delle convenienze, abili come siamo a cercare il compromesso anche nella vita spirituale; auguriamoci, invece, di concludere il nostro andare lasciando al povero che, senza legacci, si abbandona tra le braccia del Padre, la parola ultima della nostra esistenza.
Buona domenica!lazzaro