Per i cristiani il triduo pasquale è qualcosa che va oltre la tradizione e le celebrazioni.

È rivivere realmente un frammento di storia per immergersi nel mistero di una vita che non finisce nella tomba.

È ragione, fede e sentimento.

È umanità raccolta da Dio.

I segni non solo dicono, ma fanno.

Il pane e il vino nutrono e dissetano.

La croce tortura.

La notte ruba la luce.

Il mattino la restituisce nuova ed inedita.

Il triduo pasquale non è una maratona liturgica fatta di “cose che si devono fare” e di “canti che si devono cantare”.

Il triduo pasquale è un concentrato di vita piena.

Di umanità totale:

crudeltà e pietà,

furto e dono,

paura e coraggio,

peccato e perdono,

morte e resurrezione.

È tempo per uscire dal tempo e per ritornarvi con una speranza senza data di scadenza.

La passione non si limita al massacro del corpo di Cristo.

Inizia già nel cenacolo. Attorno ad una mensa che mette insieme fedeli e traditori, testimoni e rinnegati.

Poi la croce e le croci (ce n’è una per tutti).

Fino al mattino che, con la bianca luce dell’alba, strattona la ragionevolezza per ridestarla dal suo rassegnato torpore.

Il triduo sono tre giorni di passione.

La Pasqua è Gesù risorto che mostra le ferite e permette alla nostra incredulità di mettere il dito nel mistero di Dio.

Non è metafora. Non è simbolo.

È carne e sangue che torna a scorrere.

È vita che dilaga.

E che salva.

 

P.R.