Commento al Vangelo della XXV Domenica del tempo ordinario a cura di Carmela Pietrarossa. Domenica 21 settembre 2014

 

“Non posso fare delle cose mie quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?” (Mt 20,1-16)

 

“Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri” (Is 55,9, I lettura).
La I lettura non poteva offrirci esordio più appropriato per introdurci alla liturgia di questa domenica. Infatti, la parabola dell’operaio dell’ultima ora, che sentiremo proclamare durante le celebrazioni, esula da tutti i parametri giuslavoristici a noi noti, a tal punto da poter essere definita, senza ombra di dubbio, ingiusta. Ma cos’è la giustizia?
La memoria storica dei nostri studi recupera una definizione che qui si propone: “Suum cuique tribuere”, cioé “Dare a ciascuno il suo”; tuttavia non sarà difficile comprendere che il pensiero di Dio travalica ampiamente quest’affermazione da cui non si lascia affatto ingabbiare.
Il vangelo ci presenta un padrone di casa che esce all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Verso le 9 del mattino ne chiama altri, a mezzogiorno, alle 3 e alle 5 altri ancora. Fin qui tutto nella norma. La logica sconvolgente della parabola è nella ricompensa corrisposta ai vari operai, ossia la medesima, “un denaro” a prescindere dall’effettivo servizio prestato. Questo modo di agire provoca la mormorazione dei primi che pensavano di ricevere di più, ai quali il padrone di casa così risponde: “Non posso fare delle cose mie quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?” (Mt 20,1-16).
Nei primi rivediamo l’atteggiamento di tutti noi quando vorremmo dettare le regole a Dio, farci suoi suggeritori, imporgli i nostri criteri di giudizio sostituendoci a Lui anche nelle valutazioni.
La grettezza del cuore dell’uomo e la sua grande povertà spirituale si scontrano con la gratuità, la misericordia e la lungimiranza di Dio, che guarda al bisogno della persona e all’intesità del dono. Egli resta libero nel suo agire, generoso, attento al cuore delle persone, alle motivazioni di fondo che muovono i passi dell’uomo più che a contare i passi stessi.
La misura di Dio è sempre l’amore, quella dell’uomo è il proprio interesse, il proprio tornaconto, il riconoscimento sociale, la stima, la compiacenza del proprio io.
Dio per natura si dona, l’uomo tende a calcolare il dono comportandosi da ragioniere anche nel rapporto con il Signore.
Ci accomuna sovente la presunzione di essere giusti, di essere gli operai della I ora e, quindi, di poter pretendere di più. Chi ci assicura questo? Sulla base di quali presupposti ci poniamo così in alto nella gerarchia spirituale?
Avviandoci alla conclusione ci chiediamo: Qual è allora la ricompensa per chi lo serve?
La risposta ce la fornisce l’apostolo Paolo nella II lettura: “Per me vivere è Cristo e il morire un guadagno” (Fil 1,21). La ricompensa per chi segue Cristo è Cristo stesso, è lui la gioia del credente, lui la sua forza perché “Tutto posso in colui che mi dà la forza” (Fil 4,13); è Cristo la sua vita e lo è perchè chi crede in lui ha sperimentato il suo aiuto, la sua protezione e la sua predilezione e non può che seguirlo. All’amore si risponde con amore e più si è amati più si tende a ricambiare.
Dio, poi, non ci lascerà senza ricompensa già su questa terra: “Il Signore non lascia mancare il cibo all’operaio evangelico; iniziando umilmente con prudenza, a passi piccoli e quotidiani, tutto procede con sano equilibrio e si merita davanti a Dio e davanti agli uomini” (B. Alberione).
Buona domenica!

 

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