Commento alla Parola di domenica 10 marzo, a cura di Carmela Pietrarossa – IV Domenica di Quaresima

“Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò” (Lc 15,1-3.11-32).

Rrembrandt, Il ritorno del figliol prodigo

Rrembrandt, Il ritorno del figliol prodigo

 

È questa la domenica della misericordia e della paternità di Dio in cui viene offerta alla nostra intelligenza e sensibilità, la riflessione sulla parabola del Padre misericordioso, che incanta e stupisce il lettore perchè stravolge la logica umana del contraccambio, introducendo quella della gratuità e dell’amore.

Cerchiamo di introdurre i personaggi che la animano indicandone le peculiarità:

– in primo luogo il padre che divide tra i due figli il suo patrimonio di beni, in natura e grazia, da gestire;

– il figlio maggiore, osservante scrupoloso dei comandi del padre, privi, ormai, di qualsiasi motivazione intrinseca ad amare e a rispondere al suo amore;

– il figlio minore, che in presenza del dono del padre, si sente autorizzato a gestirlo senza rispetto alcuno dei sacrifici compiuti da lui per assicurarglielo (la vita di Gesù per noi).

Colpisce, pertanto, da una parte, la saccenza del presunto giusto (il figlio maggiore), che in virtù della sua “ossequiosa” osservanza della legge, crede di avere diritto ai favori esclusivi del Padre; dall’altra l’atteggiamento del giovane figlio che, presumendo di poter fare a meno del Padre gestendo la vita  a modo suo, sperpera tutto e si trova nel bisogno, in una condizione inferiore addirittura a quella dei maiali che pascolava nel paese dove si reca e che avevano di che mangiare.

Due posizioni, parimenti, anomale, che incrociano, comunque, lo sguardo colmo di amore e di tenerezza del Padre, il quale non esita, quando “vede” il figlio minore tornare a casa, ad avere compassione di lui, andandogli incontro, gettandosi al collo e baciandolo, senza rimproverargli nulla. Eppure aveva sperperato i suoi beni, ma è un Padre che ama davvero la vita dei suoi figli e vuole vederli felici e realizzati, in questo consiste la sua gioia.

Anche nei confronti del figlio maggiore che si rifiuta di partecipare al banchetto organizzato per festeggiare il ritorno del fratello, il padre ha un comportamento insolito: esce a “supplicarlo”,  a voler significare che non lo ama meno dell’altro, infatti, tutto ciò che è suo appartiene anche a lui, ma “bisognava far festa” per il ritorno alla vita di quel figlio.

A quale categoria di cristiani apparteniamo?

Ai fedeli osservanti che si ergono a giudici dei fratelli perché presumono di essere giusti, ma hanno smarrito le motivazioni profonde della propria fede, che è amare e mettersi al servizio di Dio e dei fratelli? O a coloro che si riconoscono poveri e peccatori e con umiltà si inginocchiano dinanzi a Dio chiedendo perdono per le continue incorrispondenze alla Grazia, sperimentando, poi, la gioia di un Dio che si fa bambino e li abbraccia teneramente, offrendo sempre un’altra possibilità?