Commento al Vangelo della XVII Domenica del T.O. 24 luglio 2016
a cura di Carmela Pietrarossa

 

Quando pregate, dite: “Padre” (Lc 11, 1-13).

 

A Gesù che si era ritirato in un luogo solitario, i discepoli chiedono che venga insegnato loro a pregare. Egli, allora, introduce la nota preghiera che ha il suo esordio ed il suo compendio nel termine “Padre”. Sì, perché, nella parola “padre” è racchiusa una missione ed un’identità che si traducono nella trasmissione della vita e poi, nella condivisione dei sentimenti ed eventualmente dei beni; quanto viene detto dopo da Gesù, non è che meramente esplicativo di questo termine.

Chiamare Dio con il nome di Padre significa riconoscergli, pertanto, quel primato nella nostra esistenza e nella gerarchia dei nostri affetti, che compete a chi ci ha generato e continua a generarci ogni giorno nell’amore.

I figli, infatti, non si generano una sola volta, ma quando cadono, sbagliano, si feriscono, necessitano di sostegno, di aiuto o di correzione; su questi terreni diversi e spinosi si gioca la vera ed autentica paternità. Troppo facile dirsi genitori se non ci si fa carico delle loro pene e se non si assume su di sè il loro percorso di vita. Generare significa continuare a dare la vita, quella vera fatta di aiuti concreti, di trasfusione di fiducia, di incoraggiamento, di auterevolezza nell’indicare la via del bene. La paternità di Dio è tutto questo, al Padre sveliamo noi stessi, a lui vogliamo assomigliare e tra le sue braccia desideriamo ritrovarci al termine di ogni giorno sia che la coscienza non ci rimproveri nulla sia che il nostro andare ci abbia visto inciampare e cadere. Questa paternità ci affascina e ci disseta ed in essa amiamo perderci senza ragionare, abbandonandoci alle sue amorevoli cure.

In quanto Padre desideriamo che il nome di Dio venga conosciuto e santificato perché tutti possano beneficiare del suo tenero e provvidente aiuto; non vogliamo tenere per noi una paternità che è un dono grande per tutti. “Venga il tuo regno”, Padre, regno di giustizia, di fratellanza, di abbattimento di barriere ideologiche, razziali, religiose. Dacci ogni giorno il pane per questo giorno, pane che sostenta e che diventa pane spezzato e condiviso nella gioia che appartiene a chi ti cerca. Facciamo memoria, Padre, delle nostre debolezze, che tu affondi nell’oceano infinito della tua misericordia, dandoci fiducia che noi faremo altrettanto con i nostri fratelli. La prova e la tentazione ci portino ad abbarbicarci a te nella preghiera confidente ed insistente.

Gesù, infatti, proseguendo nella pericope lucana di questa domenica, ci dice di chiedere per ottenere, di cercare per trovare, con fiducia  e con insistenza perché dell’amico importunato a mezzanotte per tre pani, Gesù dice: “Vi dico che, se anche non si alzerà a darglieli per amicizia, si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono almeno per la sua insistenza (Lc 11,8)”. S. Agostino diceva: “A Dio non chiedete altro che Dio”, se abbiamo Dio abbiamo tutto e solo lo Spirito ci rivelerà il vero volto di Dio, Padre di tutti.

La preghiera, dunque, è la fune che ci lega a Dio, su cui possiamo contare in ogni circostanza della vita, occorre averla sempre nel nostro zaino, così come portiamo i nostri effetti personali e ciò di cui non possiamo fare a meno. A quella fune ci siamo aggrappati con decisione in passato e ad essa continueremo a ricorrere chiamando Dio con il nome di “Padre”.

Buona domenica in Gesù Maestro, Via, Verità e Vita!

quando pregate dite padre