Commento al Vangelo della XXIV Domenica del Tempo Ordinario a cura di Carmela Pietrarossa.

“Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare” (Lc 15, 1-32).

Il Vangelo del giorno ci presenta una delle parabole più belle raccontate da Gesù e riportata solo da Luca, quella del Padre misericordioso.

In essa il figlio minore chiede al padre la sua parte di eredità, si allontana dalla casa paterna e sperpera tutto il suo “patrimonio vivendo in modo dissoluto”. Il patrimonio di cui il vangelo parla è di certo la nostra vita rispetto alla quale noi ci sentiamo autonomi e capaci di discernere e giudicare da soli ciò che è meglio. In un secondo momento nel paese in cui si era rifugiato, sopraggiunge una carestia; la miseria in cui lo stesso era caduto è aggravata, quindi, dalla calamità di quel luogo. Il peccato innesca un processo negativo che genera altro male.
In terzo luogo egli decide di sottomettersi ad un padrone (idolatria); pensa che sarà l’idolo a salvarlo, ma questi non lo aiuta, distruggendolo ulteriormente e ponendolo in una condizione addirittura inferiore a quella dei porci. “Allora ritornò in sé” e ricordando che in casa di suo padre i servi avevano pane in abbondanza; il pane nella S. Scrittura è simbolo della Vita. Il figlio comprende, cioè, che lontano dal padre non c’é vita, ci si spegne gradualmente, per questo decide di tornare. Il Padre lo vede da lontano e gli corre incontro, lo abbraccia e lo bacia: Dio non incatena nessuno, ci ha creati per amore e nell’amore c’è libertà; sa bene che il rischio di questo amore è che noi possiamo andar via, ma lo accetta. Egli non vuole cagnolini o schiavi al suo fianco, ma uomini liberi; non si può, infatti, amare per costrizione o per dovere.
Il Padre riaccompagna a casa suo figlio, e chiede che gli venga dato il vestito più bello, simbolo della dignità ritrovata, e che gli si metta l’anello al dito. Sull’anello all’epoca veniva impressa l’effigie del casato, in questo contesto, indica, quindi, l’appartenenza a Dio. Che gli si mettano i sandali ai piedi: gli schiavi non avevano sandali, questi erano propri degli uomini liberi.
Il Padre gli restituisce la sua dignità filiale, continua a trattarlo come figlio; attraverso i gesti gli dice: “Io ti tratto ancora come figlio, ho ancora fiducia in te, non ho perso questa fiducia”.
Nel frattempo torna dai campi il figlio maggiore, che resosi conto della festa, non si rivolge al Padre per chiedere spiegazione, bensì ad uno dei servi. Non ha confidenza con il Padre, preferisce interloquire con altri che gli comunicano che il Padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, quello, cioè, che veniva ingrassato per essere portato al tempio ed offerto a Dio. Esso è, pertanto, simbolo del sacrificio del Figlio che il Padre ha fatto all’umanità.
Il Padre non solo perdona noi peccatori, ma dona la vita, suo Figlio, per noi; nutrendoci dell’Eucaristia anche noi dobbiamo imparare ad offrirci come lui. Il Padre vorrebbe vedere gioire il figlio maggiore per il ritorno di suo fratello, ma in lui prevale l’egoismo, quello religioso che sovente ci accomuna. Il figlio maggiore è convinto di avere dei crediti nei confronti di Dio; pretende di dire a Dio come comportarsi. Nel regno di Dio, invece, ci si impegna come figli e questi sanno che la vigna in cui lavorare è del Padre, quindi, appartiene anche a loro, per questo lavorano gratuitamente per il regno senza altre pretese. I figli sanno di partecipare della vita stessa divina.
E’ un invito, pertanto, a recuperare la giusta relazione con il Padre.
Il figlio minore, invece, ha visto sin dove arriva l’amore di Dio, fino alla croce.
Buona domenica!

padre misericordioso