Maggio 2014

Ho cominciato il corso per diventare diacono permanente quattro anni fa. I primi due anni insegnavo ancora ed era peggio; come un equilibrista in bilico su una corda tesa, rischiavo sempre di cadere da una parte o dall’altra. All’ultimo collegio docenti ho trovato il coraggio per annunciare il mio cammino spirituale. I miei colleghi, che mi conoscevano sotto tutta un’altra veste, sono rimasti stupiti e si sono divisi in scettici, critici, ironici. C’è stato anche chi mi ha incoraggiato, ma in disparte, per timore di scoprirsi. Come ero arrivato a una scelta tanto impegnativa? Il Signore aveva bussato alla mia porta, ma non volevo alzarmi per andare ad aprire, perché sapevo che la mia vita non sarebbe stata più la stessa e avevo paura del cambiamento. Mio cognato, un uomo sano, esuberante, pieno di vita, era morto. Quanti sarebbero stati i miei giorni? Mi sarei presentato al banchetto del Signore a mani vuote e senza l’abito della festa? Il Signore una notte ha bussato di nuovo alla mia porta, quando una dottoressa dell’ospedale ha detto che mio padre non si sarebbe più alzato dal letto e se avessero staccato la macchina cui era collegato sarebbe morto. È deceduto prima che prendessimo una decisione. Signore, dove sei? Un giorno il mio confessore mi ha consigliato di seguire la preparazione per diventare diacono, lasciandomi stupefatto. Un mio collega aveva già percorso quel cammino, ma era di animo buono, sempre disponibile, tutto un altro tipo rispetto a me, che avevo la cervice dura e il cuore ribelle. La proposta mi aveva lusingato, ma dovevo pensarci su. Il mezzo talento che mi era stato consegnato l’avevo dilapidato confidando negli uomini ma, preso coscienza, ero tornato e avevo accettato l’invito ad andare a lavorare verso sera nella vigna del Signore. All’inizio eravamo sei aspiranti, di età e professioni diverse ma, provati al crogiuolo e raffinati nel fuoco, al terzo anno eravamo rimasti in due. A casa, entravo nella mia camera, chiudevo la porta e mi dedicavo alle letture, alla liturgia delle ore, ai vespri. Si era creato in me una specie di amore per il silenzio, che consideravo il linguaggio dello spirito, in contrapposizione al chiacchiericcio continuo cui ero esposto durante le mie giornate lavorative. Uno dei responsabili del corso, un giorno mi ha chiamato e ha detto che aveva esaminato il mio comportamento, aveva sentito il parere di quanti mi conoscevano ed era arrivato alla conclusione che non ero adatto a diventare diacono, oppure non avevo capito quello che si richiedeva da me. Dovevo essere un punto di riferimento, un ponte tra la parrocchia e le famiglie, invece ero “invisibile”. Era un colpo da KO; ero stato scosso dalle fondamenta e il mondo mi era crollato addosso. Non avevo capito che essere diacono significa mettersi al servizio della comunità e non rinchiudersi in una torre d’avorio o in una sacrestia, ma uscire e andare in mezzo alla gente. Comunque, mi veniva offerta un’altra possibilità. È stato così che ho conosciuto i forestieri, le vedove, gli infermi, i poveri, i bambini. Compilare un bollettino postale e inviarlo alle varie associazioni umanitarie o dare un’offerta anonima in chiesa non è lo stesso che guardare negli occhi la mamma che piange perché non può comprare le medicine per il suo bambino, l’infermo che ha bisogno di essere aiutato per bere un bicchiere d’acqua, il povero che non ha i soldi per la bolletta della luce o del gas, lo straniero che non ha un posto dove andare a dormire. Un’altra esperienza “formativa” ha riguardato il mondo dei piccoli. Durante una lezione di catechismo, Alessio ha domandato: «Perché Gesù è così buono?». La mia risposta non lo aveva però lasciato completamente soddisfatto. Dopo anni di studi teologici non ero riuscito a convincere un bambino, perché mi ero basato sulle definizioni canoniche, invece di dire semplicemente che Gesù è amore. Le dimissioni del vescovo di Roma, di portata storica, mi hanno poi fatto capire che non è più tempo di indugiare, di stare a vedere, ma c’è bisogno del contributo di tutti. Giovani e non più giovani, purché desiderosi di una nuova primavera dello spirito, sono invitati a un coinvolgimento attivo, perché i nemici della vigna del Signore si stanno riorganizzando per tornare a devastarla.
A chi fosse interessato ricordo che don Rino Montagnini, penitenziere al duomo di Pinerolo, è a disposizione ogni giorno come guida spirituale per suggerire i percorsi e le attrezzature adatte a ognuno per scalare la montagna del Signore. Un sentiero è già stato tracciato e si può percorrere con l’iscrizione al nuovo corso per diaconi permanenti che sta per iniziare.

Giuseppe Campanaro

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