30 ottobre 2013

Lasciamo perdere Halloween che forse dalle nostre parti sta scolorendosi piuttosto (per fortuna). Restiamo dentro un gesto che non tramonta, quello pensoso ancorché tradizionale di sostare, nei giorni di Ognissanti, davanti alle tombe dei nostri cari.

E’ un momento di grande umanità che interpella la fede dei credenti, su uno snodo che è decisivo e che mette un po’ i brividi. Certo, come in tutte le cose anche più serie, si può intrufolare l’abitudine, unitamente alla formalità ed alla ritualità che sembrano imposte d’attorno. Ma neppure un crisantemo può depistare dall’impatto che ognuno prova di fronte al distacco da una persona che è stata parte della propria vita e che ora la morte si è portata via. “Abbiamo timore davanti alla morte perché abbiamo paura del nulla, di questo partire verso qualcosa che non conosciamo, che ci è ignoto. E allora c’è in noi un senso di rifiuto perché non possiamo accettare che tutto ciò che di bello e di grande è stato realizzato durante un’intera esistenza venga improvvisamente cancellato”, scriveva Benedetto XVI, interpretandoci nelle nostre comprensibili inquietudini. Ma questo enigma della condizione umana, in Gesù di Nazaret, morto e risorto, ha visto un esito che sa di mistero e di speranza. Non siamo abbandonati al buio ed al baratro, siamo presi per mano da Colui che ha vinto la morte. Ed in Lui, pregando, amando, soffrendo, ritroviamo i nostri cari che già lo vedono “faccia a faccia”. “Solamente chi può riconoscere una grande speranza nella morte, può anche vivere una vita a partire dalla speranza”, ci ricorda ancora Joseph Ratzinger. Basta così, per essere seri e veri di fronte alle tombe.

Corrado Avagnina (AGD)

 cimitero pinerolo