Commento alla Parola della III Domenica di Pasqua, a cura di Carlmela Pietrarossa.

“Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?” (Gv 21 1-19).

 

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Il brano che la liturgia di questa III domenica di Pasqua offre alla nostra riflessione, ha molti elementi in comune con la pesca miracolosa che fa da sfondo alla chiamata di Pietro, Giacomo e Giovanni (Lc 5, 1-11).
Sono due brani parimenti ricchi di fascino e di intrinseca bellezza, da suscitare stupore e commozione in chi li legge: nel primo Gesù sceglie la barca di Simone per insegnare alle folle, in seguito gli chiede di gettare le reti per la pesca; ma il pescatore obietta che tutta la notte ha faticato insieme ai suoi compagni, ma invano; Pietro dimostra, tuttavia, tutta la sua docilità alla parola del Maestro ed acconsente: “Sulla tua parola getterò le reti”. Ricordiamo il miracolo che segue, di fronte al quale Pietro si rivolge al Maestro chiamandolo “Signore”; da quel momento comincerà la sua avventura alla sequela di Gesù: “D’ora in poi sarai pescatore di uomini”.
In questa domenica i protagonisti sono gli stessi, con stati d’animo, però, assolutamente differenti; se, infatti, lì i pescatori erano affascinati dalla novità di un uomo che li aveva sorpresi ed entusiasmati, ora, invece, l’ombra del Calvario sembra continuare ad offuscare il sole di Pasqua.
In queste circostanze di tempo e di luogo Gesù interviene, con modalità simili alle precedenti.
I suoi sono reduci dall’ennesimo insuccesso lavorativo, non hanno pescato nulla tutta la notte, e Gesù li invita a gettare la rete “dalla parte destra della barca”. Si fidano, obbediscono ed il risultato è così assicurato. Gli occhi dei discepoli si aprono e, di fronte al segno, riconoscono il Maestro e Signore.
I giorni della passione avevano visto Pietro, in preda all’angoscia e alla paura, disconoscere per tre volte il Maestro; ora Gesù gli chiede di riparare quel rinnegamento con una triplice professione di fede, che è tra le più “tenere”, per usare un linguaggio giovanile, che il Vangelo ci presenta: “Mi ami più di costoro”, “Mi ami?”, “Mi vuoi bene?”. Gesù vuole sentirsi dire: “Ti voglio bene” per tre volte da Pietro.
Il Signore, pertanto, nelle medesime circostanze, vuole riconfermare la chiamata di Pietro, ancora sconvolto dal dolore della crocifissione del Maestro e dal suo peccato. Gesù dimostra, in tal modo, di non aver paura di quel peccato, quasi di averlo messo in conto come facente parte della fragilità umana, chiedendo, però, dopo il riconoscimento dello stesso, un nuovo slancio vitale nell’amore.
Anche a noi, dopo le infedeltà di vario genere che dobbiamo riconoscere nelle nostre vite rispetto alle esigenze del Vangelo, Gesù chiede: “Mi vuoi bene?” .
S. Paolo ci ricorda che niente potrà separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù, neanche il nostro peccato.
Gesù continua ad aspettarci sulla riva delle nostre esistenze, anche se inizialmente non lo riconosciamo, perchè troppo concentrati su noi stessi.
Si apra il nostro cuore al pentimento per voltare pagina e ricominciare confessando: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”.