C’era una volta in un paese ai piedi dei monti una bambina di nome Camilla. Era la più piccola di tutte le compagne, ma era la più carina e aveva lo sguardo di chi sapeva instaurare relazioni positive. Andava volentieri al catechismo e partecipava in modo attivo: distribuiva le fotocopie ai compagni e ci teneva, al termine dell’ora, a guidare la preghiera conclusiva. Camilla non abitava molto distante, ma non arrivava mai da sola perché, nella foresta fatta di case e strade che doveva attraversare, si sentivano brutte cose commesse da bestie nemiche delle bambine.

Il catechista, con le rughe sulla fronte e i capelli grigi, era avanti con gli anni; era così vecchio che era già stato insegnante di sua madre Claudia e anche di sua zia Nadia. Le ore di catechismo si svolgevano in una piccola stanza, al piano terreno di un palazzo, dove non arrivavano i raggi del sole, non c’era un prato o un giardino fiorito e nemmeno scivoli, altalene, giostrine girevoli. Lo spazio era occupata quasi interamente da un grande tavolo attorno al quale si sedevano i ragazzi che, per liberare la fantasia dalle barriere uniformi delle pareti, appendevano cartelloni o altri lavoretti realizzati da loro.

Albe e tramonti, pioggia, neve e sole si susseguivano e passavano i giorni, le settimane. Camilla ascoltava con interesse parlare di Gesù e dei suoi amici apostoli, dei personaggi e degli avvenimenti biblici. Le iniziative svolte e gli argomenti trattati ricalcavano il calendario liturgico dell’anno. A dicembre, Camilla aveva postato per il gruppo, che condivideva i messaggi su WhatsApp, la foto di un biglietto ricavato da un quaderno scolastico a righe. Aveva scritto a mano: «E che tutti possano realizzare i propri sogni! … Basta crederci. Tanti auguri di Buon Natale». Aveva disegnato due cuoricini e aveva fissato il foglietto sulle lucine colorate, tra i rami dell’albero. A febbraio erano state realizzate delle mascherine di carnevale e Camilla aveva recitato in una particina nel teatrino improvvisato, con grande divertimento. A marzo, alle confessioni prima di Pasqua e alle messe per il catechismo, non si era limitata a un atto di pura presenza ma aveva contribuito alla buona riuscita delle attività. A maggio, il giorno del conferimento della Cresima, col vestito bianco, Camilla era un fiore nella sua primavera.

A conclusione del percorso di formazione, si erano svolti degli incontri con un grande saggio che, con la sua lettera scritta in modo magico, aveva aiutato ad aprire lo scrigno dei cuori di ognuno e a trovare i tesori che vi erano nascosti.

Cammina, cammina, cammina, un giorno d’estate era arrivata in una città di mare, dove il Gatto e la Volpe avevano fatto costruire un grande ponte e tutti quelli che volevano attraversarlo dovevano pagare. Col passare del tempo, il viadotto si era usurato ma, per guadagnare il mondo intero, i nuovi proprietari non avevano provveduto alle riparazioni che si erano rese indispensabili. Quando Camilla era arrivata a metà del ponte, il mostro di calcestruzzo aveva spalancato le sue fauci e l’aveva inghiottita nel baratro.

Invece di andare a nuotare nel mare azzurro come desiderava, Camilla si era trovata a volare sempre più in alto, in un cielo tutto blu, con il vento nei capelli. Mentre si dirigeva verso una grande luce, aveva sentito un suono di campane a festa e aveva visto la sua casetta, il paese ai piedi dei monti e due nuvolette a forma di cuore. Senza dover pagare alcun pedaggio, viaggiava veloce, veloce, veloce nell’infinito e aveva visto la terra allontanarsi sempre più, fino a diventare un puntino.

Nelle notti di luna piena, con migliaia di stelle in cielo, il vecchio catechista osservava con gli occhi luccicanti una stella piccina, piccina, piccina, che non aveva mai notato prima.

Da quando l’aveva scorta la prima volta, le aveva subito dato il nome Camilla.

                                                                       Giuseppe Campanaro