Mese di maggio, tempo di Prime Comunioni. Nelle parrocchie c’è fermento di preparativi. Catechiste preoccupate perché la celebrazione sia impeccabile e i bambini siano come dei piccoli attori; mamme indaffarate per preparare al meglio la festa (pranzo, confetti, fotografie ricordo); parenti imbarazzati nella scelta del regalo; cantoria alla ricerca di canti i più esotici possibile, riducendo la liturgia a spettacolo; parroco che si aggira per la sacrestia sconsolato, con la testa tra le mani.

Prima comunione

In tutta questa frenesia di preparativi l’unico che non può dire la sua è proprio lui, il parroco! Caso mai si azzardasse di esprimere un suo consiglio sarebbe subito zittito da certe mamme super dinamiche, le quali come donna Prassede – di manzoniana memoria – sono sicure “di assecondare i voleri del cielo” con quello che stanno facendo. In questo caso, però, fanno uno grosso sbaglio, quello “di prendere per cielo il proprio cervello”.
Sono le strane cose che capitano in tante parrocchie d’Italia (non certo nella nostra diocesi!). Nel pacchetto “Prima Comunione” ci sta di tutto. Ma a volte manca l’essenziale. Del fallimento ci si accorge nelle domeniche seguenti. Dopo la Messa di Prima Comunione, la frequenza si fa ad intermittenza. A volte si interrompe del tutto.
Fatta questa digressione, vengo al dunque.
La Prima Comunione è una cosa seria. Non è un momento isolato, ma il punto più alto del cammino dell’Iniziazione Cristiana, il quale, appunto, si compie mediante i sacramenti che pongono i fondamenti della vita cristiana: “i fedeli rinati nel Battesimo, sono corroborati dalla Confermazione e vengono nutriti dall’Eucaristia”. Così dice il Catechismo.
Già da alcuni anni nella nostra diocesi si sta lavorando al nuovo progetto catechistico. Numerose parrocchie si sono messe in questa nuova direzione che prevede un anno di pre-evangelizzazione, per passare poi all’evangelizzazione vera e propria, cioè la scoperta di chi è Gesù per poter diventare suo discepolo. C’è poi il tempo del catecumenato con l’approfondimento delle verità della fede professate nel “Credo” e con la gioia di chiamare Dio con il nome di Padre, gustando la bellezza della preghiera che Gesù ci ha insegnato, come pure sperimentando il volto misericordioso di Dio nel sacramento della Penitenza. Giunge, poi, l’anno in cui si celebrano i due sacramenti che completano l’Iniziazione cristiana, cioè la Confermazione e l’Eucaristia. Poi si prosegue il cammino nel tempo chiamato “mistagogia”, che consiste nell’approfondimento della vita cristiana, nel radicamento all’interno della comunità e nella testimonianza della vita.
È questo un percorso molto bello, che comincia a dare i suoi frutti. Gli stessi genitori, coinvolti in questa nuova esperienza, riconoscono che insieme ai loro figli c’è un risveglio della fede nella loro vita.
Ringrazio i catechisti, che pur con fatica, si inseriscono in questo cammino e aiutano ad attuarlo nelle loro parrocchie. Siamo tutti spettatori delle crepe irreparabili che oggi sperimentiamo nel modo di fare catechismo. Voler continuare senza tener conto che il clima sociologico e culturale in cui viviamo è cambiato, è miopia. A tutti dico: coraggio! In questa fase di rinnovamento non siamo soli. Molte diocesi d’Italia sono al lavoro come noi nel proporre per genitori e figli un cammino di “primo annuncio della fede”. Lo dico con convinzione: non è più il tempo della conservazione. Una pastorale solo preoccupata di conservare, prima o poi vedrà cadere l’edificio. Occorre evangelizzare! A questo mira il nuovo progetto di Iniziazione cristiana.

+ Pier Giorgio Debernardi

Vescovo di Pinerolo