“La destinazione è meno importante dell’abbandonarsi” (Eric-Emmanuel Schmitt)

 

So che devo pensare al trasloco, anche se gli impegni non mi permettono di iniziare a fare gli scatoloni. Soltanto mi capita di pensarci qua e là, magari mentre guido o prima di addormentarmi. E mi accorgo, in quei momenti, che la partenza è vicina. Così mi tornano alla memoria pagine sul viaggio. In particolare rileggo spesso un passo folgorante, scritto da un filosofo in riferimento ad un viaggio in Algeria: “Io dimostravo meno impazienza. Il mio concetto di viaggio era cambiato: la destinazione è meno importante  dell’abbandonarsi. Partire non significa cercare, ma lasciare tutto: parenti, amici, vicini, abitudini, desideri, opinioni, se stessi. Partire non ha altro obiettivo che consegnarsi all’ignoto, all’imprevisto, all’infinità dei possibili, se non addirittura all’impossibile stesso. Partire consiste nel perdere i punti di riferimento, la padronanza e l’illusione di sapere, per scavare in se stessi una disponibilità ospitale che permetta all’eccezionale di manifestarsi. Il vero viaggiatore è senza bagaglio e senza scopo”. Fantastica questa pagina! Suggerisce a ciascuno di noi il modo di viaggiare verso il futuro. Per affrontare il futuro “la destinazione è meno importante dell’abbandonarsi”. Noi crediamo che per viaggiare sia fondamentale sapere la destinazione. Se parto in auto devo sapere dove scelgo di andare. Così parto solo dopo aver deciso se voglio andare a Cuneo o a Milano. E parto soltanto se ho chiaro lo scopo per cui vado a Cuneo o a Milano: un incontro di lavoro, una commissione, una visita medica, una persona cara da incontrare. Con questi scopi chiari in testa parto, sicuro di ciò che voglio, quasi certo di ciò che capiterà. In realtà, ragionando così, lascio fuori tutto l’ignoto. Non metto in conto gli imprevisti del viaggio, non considero il modo con cui le persone mi accoglieranno e i discorsi che potranno nascere. Parto “sapendo già”, mentre in realtà non so quasi nulla di ciò che capiterà a Cuneo o a Milano. Ogni partenza è un viaggio verso l’ignoto, lo sconosciuto, il sorprendente. Dunque partire significa “scavare in se stessi una disponibilità ospitale che permetta all’eccezionale di manifestarsi”. Se riduciamo tutto ai nostri calcoli, alle nostre conoscenze, ai nostri progetti…. rischiamo di non lasciare spazio all’eccezionale. E restiamo perennemente fermi, uguali a sempre, vecchi. Vivere significa ripartire ogni giorno, consegnandoci all’ignoto che ci attende, all’eccezionale che anche oggi vuole venirci incontro. Perché, come dice ancora lo stesso autore, “da qualche parte mi attende il mio vero volto”. Il vero me sta sempre davanti a me, fino all’ultimo giorno della vita. Io non sono “finito”, non sono arrivato, sono ancora in cammino. Sono “lavori in corso”, verso il mio vero volto. Le nostre relazioni, i nostri amori, il nostro lavoro, il nostro modo di cucinare …  tutto è “in farsi”: ci stiamo lavorando su e ci sono ancora infinite possibilità. Dunque non importa tanto la destinazione, ma la capacità di fidarci del futuro, di affidarci. In questo aspetto umano fondamentale  noi cristiani abbiamo un’enorme fortuna: sappiamo che l’ignoto è abitato da una Presenza, sappiamo che il futuro è abitato da un Padre Buono che per sempre si curerà di noi. Buon viaggio!

 

Derio Olivero – La Fedeltà

Nella foto monsignor Derio Olivero sulla grande panchina di
Chris Bangle lungo il “Cammino dell’anima” a Fossano

panchina