22 giugno 2015

Dall’alba si conosce il giorno. Chi legge l’omelia pronunciata all’inizio del suo ministero come vescovo di Roma, il 19 marzo 2013, si accorge che a papa Francesco il tema ecologico è particolarmente caro.

La nuova enciclica è espressione di questa sensibilità e di questa responsabilità che deve manifestarsi a livello personale e comunitario. Partendo dai testi biblici, egli sottolinea i due verbi: “custodire” che ci impegna a vigilare  perché la creazione non venga rovinata né depredata, e “coltivare” che significa arare e rendere fruttuoso il terreno ( cf. Gen 2,15). Solo così si dimostra cura e amore verso la terra, nostra casa comune. Il Cantico delle Creature è come una musica  che attraversa e unisce ogni pagina dell’enciclica: è un inno a Dio creatore e alla sua provvidenza che ci ha donato la terra come madre, come grembo da cui nasce e si sviluppa ogni espressione di vita.

Mi pare anche importante la dimensione ecumenica con il riferimento al magistero del patriarca Bartolomeo che sulla questione ecologica è intervenuto più volte, « in maniera ferma e stimolante, invitandoci a riconoscere i peccati contro la creazione», affermando che «un crimine contro la natura è un crimine contro noi stessi e un peccato contro Dio».

I temi trattati dall’enciclica  sono molteplici e vasti. Si parte da ciò che sta accadendo oggi sul nostro pianeta con l’inquinamento e i cambiamenti climatici, con il problema dell’acqua  e la perdita di biodiversità per passare, poi, a considerare gli effetti del degrado ambientale e dell’imperante cultura dello scarto nella vita delle persone. Non si deve far pagare ai posteri il prezzo della crescita ad ogni costo.

Viene con molta “parresia” riportata tutta la crisi ecologica alla sua radice umana. È l’uomo che nella sua libertà “malata” si fa megalomane e sfrutta – distruggendo – in modo irrazionale la natura. L’analisi della situazione attuale ci deve portare a comportamenti di saggezza.

Prima di tutto esige che ci fermiamo per ripensare e discutere sulle condizioni di vita e di sopravvivenza della nostra società «con l’onestà di mettere in dubbio modelli di sviluppo, produzione e consumo». Questo ci obbliga ad un cambio di rotta e a «uscire dalla spirale di autodistruzione in cui stiamo affondando». Il dito puntato è prima di tutto contro la politica sottomessa alla tecnologia e alla finanza che ha fatto prevalere l’interesse economico sul bene comune, rifiutando di ascoltare il grido dei poveri.

Nell’ultimo capitolo, l’enciclica invita a puntare decisamente ad una sincera conversione ecologica attraverso l’educazione della coscienza e la spiritualità attinta alle fonti bibliche e presente in diverse tradizioni religiose. Inoltre due atteggiamenti virtuosi vanno rivalutati: la sobrietà unita all’umiltà. Solo attraverso la sintesi espressa da queste due parole noi possiamo «recuperare  una serena armonia con il creato, per riflettere sul nostro stile di vita e i nostri ideali, per contemplare il Creatore che vive tra di noi e in ciò che ci circonda».

Non a tutti piace questo documento. Capofila del malcontento sono i conservatori americani. Ma si sa che questa categoria di persone, che ha molto potere politico e forza economica, ha solo e sempre di mira il proprio interesse e tornaconto. Da sempre ha sfruttato la terra per il proprio arricchimento e mal sopporta che altri possano pensare diversamente.

+ Pier Giorgio Debernardi 

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