Intervista al teologo Carlo Molari: dal dibattito sui temi morali a Papa Francesco

Lo scorso 4 marzo, il teologo Carlo Molari è stato ospite a Pinerolo, all’Istituto Maria Immacolata, per un duplice intervento nell’ambito del Master per Educatori Cristiani, (al quale stanno partecipando tutti i docenti dell’IMI). Al mattino ha parlato del rapporto tra ricerca razionale e fede religiosa, di creazionismo ed evoluzionismo, di libertà e del giusto modo di intendere il concetto di peccato. Nella relazione pomeridiana, invece, ha dato spazio alle varie sfaccettature e implicazioni del dialogo interculturale e interreligioso. Nato a Cesena (Forlì) il 25 luglio 1928, Molari fu ordinato presbitero nel 1952; laureato in Teologia Dogmatica e in Utroque Iure alla Pontificia Università Lateranense, poi docente nella medesima Università, nella Facoltà Teologica dell’Università Urbaniana di Propaganda Fide e nell’Istituto di Scienze Religiose dell’Università Gregoriana; aiutante di studio della sezione dottrinale della Congregazione per la Dottrina della Fede; per un decennio, segretario dell’Associazione Teologica Italiana (ATI) e collaboratore della rivista teologica internazionale “Concilium”. A margine delle due conferenze, lo abbiamo incontrato per porgli qualche domanda.

La ricerca teologica in Italia: com’è la situazione? Quali sono i temi più dibattuti?

È sicuramente degno di rilievo il contributo teologico italiano dal punto di vista femminile (in particolare, per quanto concerne la riflessione biblica); vanno in questo senso alcune iniziative editoriali. Alcuni nomi? Adriana Valerio, Benedetta Zorzi, Serena Noceti (vice-presidente dell’Associazione Teologia Italiana), la cuneese Stella Morra… Però la nostra produzione teologica è ancora troppo dipendente da quella tedesca e da quella francese. I temi più in voga mi sembra siano riassumibili in due filoni. Il primo è quello che fa riferimento al rapporto della teologia con la scienza: creazionismo ed evoluzionismo, ecologia… L’altro filone è rappresentato dalla cristologia, che richiede un netto ripensamento. Infatti, dopo il Concilio Vaticano II ha prevalso la tematica ecclesiologica: va sviluppata una prospettiva cristologica nuova, in convergenza con la teologia del pluralismo religioso. Occorre un salto qualitativo, che i teologi del Terzo Mondo hanno già fatto. Con la ripresa della Teologia della Liberazione, si è sviluppata molto la teologia delle religioni: è necessario provvedere ad una particolare riflessione cristologica e soteriologica che ad essa si adattino, in maniera complementare.

Famiglia e legame matrimoniale: come giudica le recenti proposte del cardinale Walter Kasper?

La relazione del cardinale Kasper è molto bella: non rappresenta un’apertura generale, ma un insieme di indicazioni di accompagnamento di situazioni difficili: non si può emarginare queste persone, dicendo che la questione non ci interessa! Del resto, a livello pastorale ci si è sempre comportanti come suggerito da Kasper, in maniera includente, ammettendole ai sacramenti, con l’unica attenzione di evitare situazioni di scandalo per i fedeli. Non a caso il Papa, riferendosi alle riflessioni di Kasper, ha parlato di «teologia in ginocchio»: la riflessione del porporato è tale perché tiene conto della situazione imperfetta, ma allo stesso tempo riconosce la necessità di vicinanza e di accompagnamento misericordioso. Nel documento viene citato il canone 8 del Concilio di Nicea (che ammetteva la possibilità di un secondo matrimonio), sul quale si registra una diversità di opinioni: Kasper richiama questa discussione, ma non si appiglia affatto al principio della disciplina antica, il suo approccio è molto diverso.

Il concetto di “peccato”: esiste ancora? Come parlarne all’uomo d’oggi?

Certo che esiste ancora! È un concetto molto importante da sviluppare. Partiamo dalla definizione che ne offre il documento conciliare “Gaudium et Spes” al numero 13: «Il peccato è, del resto, una diminuzione per l’uomo stesso, in quanto gli impedisce di conseguire la propria pienezza». Peccare è agire contrariamente alle leggi della vita (e non alle leggi morali!), impedendo così il proprio sviluppo come persona. Le leggi della vita sono quelle che emergono attraverso la riflessione individuale e collettiva. È deviante definire il peccato come offesa a Dio o trasgressione delle leggi divine. Occorre sottolineare il valore antropologico della valutazione bene/male. L’uomo è un processo, sta diventando sé stesso e deve accogliere quella forza di vita che lo conduce al compimento: ma questo può avvenire solo se egli fa pienamente sue le dinamiche vitali, la forza creatrice. La pienezza di vita, a cui ogni uomo è chiamato, si raggiunge coltivando pensieri giusti, relazioni armoniche, seguendo la legge universale dell’amore.

Qual è il modo più corretto di intendere la ricerca del dialogo fra le diverse espressioni religiose?

Sicuramente evitando di teorizzare la creazione utopica di un’unica religione mondiale, ma sforzandosi di costruire una comunione che consenta il riconoscimento e lo scambio reciproco dei valori vitali e valoriali propri di ogni espressione religiosa, che ognuna assorbe a modo suo, non perdendo però le proprie caratteristiche peculiari.

Benedetto XVI e Francesco: un confronto è possibile?

Sono molto diversi, non si può fare un confronto teologico: questo perché Ratzinger era un accademico, ma Bergoglio no, ha una impronta molto più pastorale. Non a caso Papa Francesco, nel discorso ai nunzi, ha giudicato opportuno il fatto di evitare di nominare vescovi i teologi (una tradizione tipicamente tedesca, ma non solo):  «Nel delicato compito di realizzare l’indagine per le nomine episcopali siate attenti che i candidati siano Pastori vicini alla gente: questo è il primo criterio. Pastori vicini alla gente. È un gran teologo, una grande testa: che vada all’Università, dove farà tanto bene! Pastori! Ne abbiamo bisogno!». A livello di riflessione dottrinale, Bergoglio ci tiene a distanziarsi dalla Teologia della Liberazione (vicina alla sociologia marxista, soprattutto in Leonardo Boff, di meno in Gustavo Gutiérrez); ha avuto alcuni docenti che hanno sviluppato una Teologia della Liberazione più vicina alla pratica di fede popolare, una scelta che nel contesto dell’America Latina era rimasta molto in disparte. Mi pare che a Francesco non interessino tanto i richiami sociologici, ma l’esperienza di fede e la pratica pastorale. Il contenuto fondamentale della sua linea teologica credo possa essere riassunto così, citando una sua affermazione: «Chiesa povera per i poveri», per la liberazione del povero. Voglio ricordare che il recente libro del cardinale Gerhard Ludwig Müller (prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, n.d.r.), improntato alla visione della Teologia della Liberazione, ha come titolo “Povera per i poveri. La missione della Chiesa”; la prefazione reca la firma del Papa, il quale, alla fine, invita i lettori alla conversione.

Da come ne parla, si intuisce un suo giudizio positivo sull’attuale vescovo di Roma.

Sì, io ne sono entusiasta. È stato in grado di risvegliare le dinamiche più profonde della Chiesa cattolica che erano sopite, non valorizzate. Ha ridato speranza e messo in moto impulsi di rinnovamento. Pensiamo all’indagine, da lui promossa, sui temi della pastorale familiare, in preparazione al prossimo Sinodo dei vescovi; Francesco sapeva bene, in anticipo, che cosa la gente avrebbe risposto alle varie questioni. Del resto, è proprio questo il metodo della Teologia della Liberazione: il soggetto della riflessione teologica è il popolo di Dio, la Chiesa intera. L’infallibilità del Papa è esercizio dell’infallibilità della Chiesa e segue all’ascolto. A tal proposito, voglio ricordare che il documento conciliare “Lumen Gentium”, al numero 12, cita un passo biblico spesso dimenticato, tratto dalla Prima Lettera di Giovanni (2, 20 e 27): «La totalità dei fedeli, avendo l’unzione che viene dal Santo, non può sbagliarsi nel credere, e manifesta questa sua proprietà mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo».

Quali novità potrà introdurre Francesco nella compagine ecclesiale?

Spero che faccia irrompere nella Chiesa cattolica significative novità sulla tematica relativa alla presenza dei laici all’interno della struttura ecclesiale. Purtroppo su questo punto, dopo il Concilio Vaticano II, non ci sono stati passi avanti. Pensiamo alla figura dei diaconi permanenti: è vero che crescono di numero, ma è altrettanto vero che sono una figura altamente clericalizzata. La Chiesa italiana, in particolare, soffre di un eccessivo clericalismo. Il soggetto della missione non sono i vescovi e i preti, ma è la Chiesa nella sua interezza; e questo è stato ribadito più volte da Papa Francesco nell’esortazione apostolica “Evangelii Gaudium”. La struttura ecclesiale va modificata, il laicato deve diventare la punta di diamante della missione della Chiesa nel mondo. Credo che, su questo punto, con Francesco assisteremo a cambiamenti profondi. Pensiamo a quanto recentemente affermato dal cardinale Óscar Rodríguez Maradiaga, il “coordinatore” degli otto saggi consiglieri papali: a capo della futura Congregazione vaticana per i Laici non è escluso che possa esserci una coppia di coniugi.

Vincenzo Parisi

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