31 marzo 2015 

Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra? (Lc 18,8)

Questa domanda è forse l’unica in tutto il Vangelo che non ha una risposta; in tutti gli altri casi le domande rivolte a Gesù hanno sempre avuto una risposta diretta oppure indiretta per mezzo di
parabole, ma questa rimane in sospeso. Non è una domanda da poco, ma dovrebbe fare riflettere approfonditamente sul motivo per il quale è stata posta.
Il brano antecedente descrive la misericordia e la giustizia di Dio attraverso la parabola del giudice disonesto evidenziando il fatto che se anche una persona disonesta può arrivare a dare sollievo a chi tanto insiste a maggior ragione sarà così per Dio nei confronti di chi lo invoca, ma come mai si interrompe bruscamente per porre agli ascoltatori questa domanda,? Si tratta di una domanda diretta oppure, più che altro, di una considerazione personale di Gesù recepita dal redattore del Vangelo?
Sia in un caso sia nell’altro certamente deve fare pensare. Se questa infatti fosse stata una considerazione personale di Gesù allora la situazione doveva essere veramente grave, la mancanza di fede, specialmente in coloro che avrebbe dovuto esserne i depositari era grande poiché soffocata dal cumulo di leggi e norme e più in generale di tutte quelle sovrastrutture create successivamente al tempo di Mosè dai sacerdoti e dai dottori della Legge per meglio controllare il popolo determinando, di fatto, una struttura di potere più che un sistema garante della fede. Se però la domanda fosse stata posta da Gesù direttamente al popolo non ne abbiamo risposta o più precisamente questa, qualora ci fosse stata, non è stata considerata così importante da dover essere inserita nei documenti che sono poi confluiti nella redazione di questo Vangelo.
Forse l’autore ha volutamente omesso di riportare le possibili risposte proferite dal popolo per invogliare o spingere il lettore a cercare dentro di se una risposta adeguata, per favorire l’inizio di un’attività di introspezione interiore.
Quando si ha a che fare con Dio nulla è per caso, ma tutto ha un fine. Anche adesso è opportuno soffermarsi e riflettere su quale possa essere la nostra personale risposta ad una tale domanda. Analizzando i fatti che sono successi e la missione di Gesù in questo mondo è difficile pensare che la risposta possa essere negativa e che quindi Gesù presagisse ad un completo smarrimento dell’umanità, sempre più invischiata nelle cose di questo mondo transuente e precario, lontana dal vero significato della vita ed in particolare dal suo scopo che è quello di investigare e tendere naturalmente verso il creatore, il Dio Padre annunciato dai profeti e testimoniato da Gesù nella sua breve, ma intensa, vita pubblica culminata con il miracolo più grande quello della Risurrezione operata nel giorno di Pasqua. La nuova Pasqua dei cristiani, di chi si lascia abbracciare dall’amore di Cristo che anche in punto di morte con la sua dolcezza infinita chiede perdono al Padre per ciò che gli uomini gli stavano facendo giustificandoli, scusandoli poiché non sapevano quello che facevano (Lc 23,34), solo un amore soprannaturale, divino, avrebbe potuto agire in questo modo, dimostrazione tangibile della divinità del Cristo e della potenza dell’amore proclamato da Gesù per tutti gli uomini, nessuno escluso.

Fabio Filippa

pietro-e-gesu