31 maggio 2016

Mentre a Torino si festeggiava la vittoria di Nibali e a Milano quella del Real Madrid, nel Mediterraneo galleggiavano centinaia e centinaia di morti. Un’enorme ulteriore tragedia che chiama in causa i governi di tutto il mondo.  I dati approssimativi sono questi: 13.000 le persone tratte in salvo, in quest’ultima settimana, nel Canale di Sicilia; sono 1.400 i morti in mare durante quest’anno (senza contare i dispersi, ma è una stima a ribasso); sono 20.000 i minori, non accompagnati, accolti nelle strutture italiane. Questi dati pongono davanti a noi delle domande pesanti come macigni: perché lasciare l’Africa a sprofondare nelle sue antiche e nuove povertà? Perché continuare a depredarla delle sue ricchezze naturali senza offrirle speranza?

I migranti africani sono la dolorosa fotografia dei mali che indeboliscono quel Continente. Ci sono guerre, infuria il terrorismo, esistono sterminati territori incoltivabili per mancanza di acqua. L’Africa ha bisogno di sostegno, ha necessità di essere aiutata ad aver più opportunità di crescita e di lavoro per i suoi cittadini.

Poi ci sono i flussi migratori dalla martoriata Siria, dove gli attentati terroristi continuano a seminare morte. Stupisce come le grandi potenze non vogliano porre fine, attraverso negoziati, alla guerra in quella Nazione.

Alcuni giorni fa, sabato 28 maggio, Papa Francesco, ha accolto 400 ragazzi provenienti della Calabria. Colloquiando con loro ha mostrato un giubbotto salvagente di una bambina siriana, morta mentre cercava di raggiungere con i suoi genitori l’isola di Lesbo. Questo giubbotto gli è stato portato dalla persona che aveva tentato in vano di salvare la bambina senza però riuscire nel suo intento. Il Papa ha detto: «Questo giubbotto è di quella bambina. Non voglio rattristarvi, ma voi siete coraggiosi e conoscete la verità. Sono in pericolo tanti ragazzi, bambini, bambine, donne, uomini (…). Pensiamo a questa bambina (…) Come si chiamava? Ma non so: una bambina senza nome. Ognuno di voi le dia il nome che vuole, nel suo cuore. Lei è in cielo, lei ci guarda». Sollecitato, poi, da un ragazzo che gli ha chiesto come si possa dirci cristiani, andare a Messa, e poi chiudere il cuore davanti alle tragedie dei migranti, il Papa ha risposto che questo atteggiamento è “ipocrisia”. Non si può andare a Messa con il cuore indurito.

«I migranti non sono un pericolo, ma sono in pericolo», ha ripetuto il Papa, citando una frase della lettera che gli hanno scritto i bambini per chiedergli di incontrarlo. E su queste parole egli ha insistito, chiedendo di ripeterle più volte e a voce alta: «Non sono un pericolo, ma sono in pericolo». Essi non ci devono spaventare perché hanno un colore diverso della pelle, un cultura o una religione differente.

Ciò che amareggia di fronte a queste tragedie è vedere tante persone, che pur professandosi cristiane, sono sorde e chiuse alle richieste di aiuto di questi disperati. A volte si sentono anche preti e suore parlare con tanta grettezza che le loro parole suonano scandalo. Davvero non si può partecipare o celebrare la Messa quando si deridono le parole del Papa, le quali che ci ricordano che i poveri hanno il volto di Dio, sono la carne di Cristo. Perché questi accorati appelli ci lasciano indifferenti?

 + Pier Giorgio Debernardi

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