La lettera enciclica “Lumen Fidei” (di qui in avanti LF) è la prima enciclica firmata da Papa Francesco, il 29 giugno solennità dei santi Apostoli Pietro e Paolo.

La LF raccoglie e integra il pensiero delle encicliche di Benedetto XVI sulla carità (Deus caritas est, 2006) e sulla speranza (Spes salvi, 2007), e riprende il lavoro quasi portato a termine dal Papa emerito. Chi la legge può notare, al di là delle differenze di stile e di sensibilità, la continuità che emerge tra il messaggio di Papa Francesco con il magistero di Benedetto XVI, la diversità della teologia dei due Papi nella perfetta identità dell’annuncio della fede.

 

Lumen fidei

Note introduttive alla lettura

Esiste un tema agostiniano che si sviluppa lungo la LF, infatti, sant’Agostino, l’autore più citato, si intravede anche come fonte ispiratrice ed esponenziale. Una di queste tracce è quella dell’uomo fedele che prende la sua forza dall’affidarsi nelle mani del Dio, dove appare la relazione amichevole di un Io con un Tu. Un altro tema è quello della presenza di Dio nell’interiorità, tanto da definire «Dio più intimo a me di me stesso», che ricorre frequente nelle “Confessioni” e nel “De Trinitate”(cfr n. 33 LF). Un’altra grande idea agostiniana è quella della “città futura”, alla quale è dedicato il capitolo quarto dell’enciclica: «Dio prepara per loro una città», titolo che rimanda a quel capolavoro intramontabile che è la “Civitas Dei”.

Nel testo ci sono due parole che si rincorrono senza mai separarsi: luce e fede. Non stupisce, dunque, che il titolo dell’enciclica sia: “Lumen fidei”, per sottolineare ancora di più che la fede non è utopia, mera fantasia o esperienza sentimentale ma luce che spinge l’essere umano a coltivare l’audacia del sapere, quello teologale e quello umano; essa si basa sulla credibilità di colui che testimonia Dio in Cristo, infatti, tema centrale dell’enciclica è l’“affidabilità di Dio”.

La LF comprende l’introduzione, quattro capitoli e una conclusione.

L’introduzione(nn. 1-7)mette in risalto le motivazioni essenziali della LF: luce non effimera ma da riscoprire, luce che può rischiarare tutta l’esistenza dell’uomo, differenziare il bene dal male. Nell’Anno della Fede, a cinquant’anni dal Concilio Vaticano II, auspica che si rafforzi la fede come dono di Dio che va accolto e nutrito: «Fede, speranza e carità costituiscono, in un mirabile intreccio, il dinamismo dell’esistenza cristiana verso la comunione piena con Dio» (n. 7).

 

Primo capitolo (nn. 8-22)

Abbiamo creduto all’amore (1Gv 4, 16).

Ad Abramo padre della fede, Dio rivolge la Parola, si rivela come un Dio che parla e lo chiama per nome: la fede assume un carattere personale. «La fede è la risposta a una Parola che interpella personalmente, a un Tu che ci chiama per nome» (n. 8). La storia di Israele presenta la tentazione dell’incredulità nella quale il popolo più volte è caduto. La fede non è idolatria «è un dono gratuito di Dio che chiede l’umiltà e il coraggio di fidarsi e affidarsi, per vedere il luminoso cammino dell’incontro tra Dio e gli uomini, la storia della salvezza»(n. 14).

La fede cristiana è centrata in Cristo, coglie nell’amore di Dio manifestato in Cristo il principio su cui poggia la realtà e la sua destinazione ultima (cfr n. 15). Con Gesù la fede raggiunge la sua pienezza. In quanto risorto «Cristo è testimone affidabile» e, credendo in Lui, partecipiamo «al suo modo di vedere». Grazie alla fede, l’uomo si apre a un Amore che lo precede e lo trasforma dall’interno. E questa è l’azione propria dello Spirito Santo: «Il cristiano può avere gli occhi di Gesù, i suoi sentimenti, la sua disposizione filiale, perché viene reso partecipe del suo Amore, che è lo Spirito» (n. 21). Perciò «l’esistenza credente diventa esistenza ecclesiale» (n. 22).

 

Secondo capitolo (nn. 23-36)

Se non crederete, non comprenderete (Is 7,9).

«La fede senza verità non salva – scrive il Papa – resta una bella fiaba, la proiezione dei nostri desideri di felicità» (cfr n. 24). La mentalità moderna tende a credere solo in una “verità tecnologica” di stampo positivista, in ciò che è “vero perché funziona”, oppure nella “verità del singolo” e guarda con sospetto la “verità grande”, che spiega l’insieme della vita personale e sociale (cfr n. 25), perché la si associa erroneamente alle verità pretese dai totalitarismi del XX secolo. Il Papa sottolinea che se la verità è quella dell’amore di Dio, allora non si impone con la violenza, non schiaccia il singolo. Per questo la fede non è intollerante e il credente non è arrogante, perché la verità rende umili. Questa condizione ribadisce l’importanza del confronto interreligioso e del dialogo con i non credenti (cfr n. 34 ).

 

Terzo capitolo (nn. 37-49)

Vi trasmetto quello che ho ricevuto (1Cor 15,3).

L’evangelizzazione è il tema di questo capitolo. «Chi si è aperto all’amore di Dio, ha ascoltato la sua voce e ha ricevuto la sua luce, non può tenere questo dono per sé» (n. 37).

La fede è tramandata di generazione in generazione, poiché nasce da un incontro che accade nella storia e illumina il nostro cammino nel tempo, essa si deve trasmettere lungo i secoli (cfr n. 38).

È impossibile credere da soli perché la fede non è «un’opzione individuale», ma apre l’io al “noi” ed avviene sempre «all’interno della comunione della Chiesa». «Chi crede non è mai solo»: perché scopre che gli spazi del suo “io” si allargano e generano nuove relazioni che arricchiscono la vita. (cfr n. 39).

I Sacramenti sono un “mezzo speciale” per trasmettere la fede.

Il Papa cita prima di tutto il Battesimo in cui «la fede è vissuta all’interno della comunità della Chiesa, è inserita in un ‘noi’ comune». E l’Eucaristia: «nutrimento prezioso della fede» (n. 40), che è atto di memoria, attualizzazione del mistero, in cui il passato, come evento di morte e risurrezione, anticipa la pienezza finale (cfr nn. 43-44).

Altri mezzi privilegiati sono la confessione della fede: il Credo; la preghiera: il Padre Nostro, con cui il cristiano incomincia a vedere con gli occhi di Cristo; il Decalogo, inteso come «insieme di indicazioni concrete» per entrare in dialogo con Dio, «lasciandosi abbracciare dalla sua misericordia», «cammino della gratitudine» verso la pienezza della comunione con Dio (cfr n. 46).

E poiché la fede è una sola, deve essere confessata in tutta la sua purezza e integrità: «l’unità della fede è l’unità della Chiesa»; togliere qualcosa alla fede è togliere qualcosa alla verità della comunione (n. 48).

 

Quarto capitolo (nn. 50-60)

Dio prepara per loro una città (cfr Eb 11,16).

Questo capitolo illustra il legame tra la fede e il bene comune.

Non si fa difficoltà a vedere nelle ultime pagine, pennellate tipiche di papa Francesco: «La fede non allontana dal mondo e non risulta estranea all’impegno concreto dei nostri contemporanei”(n. 51). L’Enciclica si sofferma, poi, su realtà sociali illuminate dalla fede: la famiglia fondata sul matrimonio, inteso come unione stabile tra uomo e donna; i giovani: il Papa cita soprattutto «la gioia della fede» vissuta nelle Giornate Mondiali della Gioventù, in cui essi rivelano l’impegno a viverla in modo saldo e generoso. «I giovani hanno il desiderio di una vita grande – scrive il Pontefice – l’incontro con Cristo dona una speranza solida che non delude» (n. 53).

Un ulteriore ambito è quello del creato: la fede ci aiuta a rispettarlo, a «trovare modelli di sviluppo che non si basino solo sull’utilità o sul profitto, ma che considerino il creato come un dono» (n. 55); ci insegna ad individuare forme giuste di governo, in cui l’autorità viene da Dio ed è a servizio del bene comune; ci offre la possibilità del perdono che porta a superare i conflitti.

Altro ambito illuminato dalla fede è quello della sofferenza e della morte: «La luce della fede non ci fa dimenticare le sofferenze del mondo» (n. 57).

Il Papa lancia un appello: «Non facciamoci rubare la speranza, non permettiamo che sia vanificata con soluzioni e proposte immediate che ci bloccano nel cammino» (cfr nn. 56-57).

 

Conclusione (nn. 58-60)

Beata colei che ha creduto(Lc 1,45).

Nella conclusione dell’enciclica il Santo Padre esorta a guardare a Maria, “icona perfetta” della fede, madre della Chiesa, madre di Gesù e madre della fede perché ha concepito “fede e gioia”.

Il Pontefice innalza a Lei la sua preghiera: «Aiuta, o Madre, la nostra fede! (…) Semina nella nostra fede la gioia del Risorto (…). Ricordaci che chi crede non è mai solo. Insegnaci a guardare con gli occhi di Gesù».

 

Il capitolo non scritto

La visita a Lampedusa, porta d’Europa, periferia di periferie, aggiunge simbolicamente un capitolo in più a questa Enciclica. Un uomo, un cristiano, un Papa venuto dalla fine del mondo, in quell’umile gesto della corona di fiori gettata nel mare, chiama a prendersi cura del fratello come di se stessi. In quel ricordo reso a uomini e donne che cercavano vita per sé e per i loro cari e hanno trovato morte anonima, occorre cogliere con urgenza un messaggio per tutti noi: patire con chi patisce, piangere con chi piange perché questa è fraternità umana, compassione e custodia dell’altro. La fede, infatti, fa uscire dall’indifferenza. La fede senza le opere è morta!

Don J. Omar Larios Valencia