Aprile 2014

Possiamo raccogliere solo alcune briciole dei gesti e delle parole di Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II sui migranti, durante il breve pontificato del Papa bergamasco (1958-1963) e il lungo pontificato del Papa polacco (1978–2005). Giovanni XXIII ha vissuto il dramma dell’emigrazione italiana in diversi momenti della sua vita. Da ragazzo, quando anche la famiglia Roncalli, come tante altre famiglie lombarde nei decenni post-unitari, è tentata di prendere la strada dell’emigrazione. Tra gli emigranti Roncalli si ritrova nei numerosi viaggi come Presidente del Consiglio centrale dell’Opera di Propagazione della fede e anche come Nunzio in Bulgaria, in Turchia e Grecia, come ricordano alcune pagine del suo diario. Nel periodo della nunziatura a Parigi, l’arcivescovo Roncalli, insieme all’ambasciatore italiano a Parigi Saragat, affrontò i problemi dei lavoratori immigrati nel Nord Est della Francia: “poveri figli d’Italia – scriverà – obbligati all’emigrazione all’estero e al rischio a cui spesso soggiaciono di perdere la fede e con la fede tutto, tutto”. Da Pontefice non possiamo dimenticare le belle pagine dell’enciclica “Pacem in terris”, in cui Giovanni XXIII afferma, al n. 12, che “ogni essere umano ha diritto alla libertà di movimento e di dimora all’interno della comunità politica di cui è cittadino; ed ha pure il diritto, quando legittimi interessi lo consigliano, di immigrare in altre comunità politiche e stabilirsi in esse. Per il fatto che si è cittadini di una determinata comunità politica, non si perde la propria appartenenza alla stessa famiglia umana; e, quindi, l’appartenenza, in qualità di cittadini, alla comunità mondiale”. Nel Magistero ricco di Giovanni Paolo II le parole più ripetute risultano essere: accoglienza, tutela della dignità di ogni persona nel lavoro, nella famiglia, rispetto, integrazione. Fin dal suo primo discorso all’ONU, il 2 ottobre 1979, ribadirà tra i diritti fondamentali della persona, “il diritto alla libertà di movimento e alla migrazione interna ed esterna”. Nella prima enciclica, la Laborem exercens, nel novantesimo della pubblicazione della Rerum Novarum di Leone XIII (1981), Giovanni Paolo II ribadirà, al n. 23, come “l’uomo ha il diritto di lasciare il proprio paese d’origine per vari motivi – come anche di ritornarvi – e di cercare migliori condizioni di vita in un altro Paese”. Nella stessa enciclica sottolineerà che “Nel rapporto di lavoro con il lavoratore immigrato devono valere gli stessi criteri che valgono per ogni altro lavoratore in quella società. Il valore del lavoro deve essere misurato con lo stesso metro, e non con riguardo alla diversa nazionalità, religione o razza”. Sempre nel 1981, nell’esortazione apostolica Familiaris consortio, il Papa ricordava il necessario impegno che si deve avere verso diverse categorie “di famiglie di migranti per motivi di lavoro; di famiglie di quanti sono costretti a lunghe assenze, quali ad esempio i militari, i naviganti, gli itineranti d’ogni tipo; delle famiglie dei carcerati, dei profughi e degli esiliati” (n.77). E concludeva: “Le famiglie dei migranti…devono poter trovare dappertutto, nella Chiesa la loro patria. E’ questo un compito connaturale alla Chiesa, essendo segno di unità nella diversità”. Quello della famiglia emigrata è il tema anche del Messaggio per la Giornata mondiale del 1987, dove il Papa ha un ricordo particolare – e di grande attualità – per “le drammatiche condizioni di vita delle famiglie relegate nei campi profughi, dove è impossibile progettare il futuro per tutti i membri della famiglia”. Nella lettera enciclica Redemptoris missio, al n. 37, Giovanni Paolo II rileva come le migrazioni sono “fra le grandi mutazioni del mondo contemporaneo” e producono un fatto nuovo: “i non cristiani aggiungono assai numerosi nei paesi di antica cristianità, creando occasioni nuove di contatti e scambi culturali, sollecitando la Chiesa all’accoglienza, al dialogo, all’aiuto e, in una parola, alla fraternità”. Una cura per i migranti, una accoglienza aperta, soprattutto per i più disperati, che è molto presente nell’omelia della beatificazione del vescovo Giovanni Battista Scalabrini (1997) e nei discorsi e nel messaggio del Giubileo del 2000, fino ad arrivare al suo ultimo Messaggio per la Giornata mondiale del migrante del 2005, quasi un testamento sulle migrazioni, dedicato al tema dell’integrazione interculturale, che rifugge da ogni forma di assimilazione, per essere “un processo prolungato che mira a formare società e culture, rendendole sempre più riflesso dei multiformi doni di Dio agli uomini”.
Un’ azione e un Magistero per i migranti di Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II segnati dalla profezia di chi, oggi, diventa santo.

Mons. Giancarlo Perego
Direttore Generale
Fondazione Migrantes

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