08 giugno 2014

Siamo indotti a credere che la solitudine colpisca prevalentemente persone anziane, sole, malate o handicappate. Invece, parlando con dei giovani, mi accorgo che si stanno aprendo aree sempre più vaste di incomunicabilità, dunque di solitudine giovanile. Incontro spesso giovani dotati di umanità e sensibilità che non possono più riconoscersi in un tessuto sociale nichilista dove prevalgono falsi miti basati sulla ricchezza, sulla laurea intesa come segno di prestigio sociale, sulla bellezza fisica. Colpisce quanto sia lacerante la ferita di ragazzi e ragazze che sono costretti a scegliere fra la solitudine o la frequentazione di gruppi sociali incapaci di vera empatia. Questo in una fase della vita, l’adolescenza, nella quale il confronto con l’altro è vitale. Per chi è capace di “vedere” queste solitudini, può bastare una semplice domanda per aprire una finestra su un disagio giovanile che sta assumendo proporzioni allarmanti. Un giorno, nella basilica di San Maurizio, fui avvicinato da una ragazza che mi chiese: «Perché preghi e per chi?». Le dissi di non seccarmi poi, pentito, uscii fuori per scusarmi. Avvicinandomi a lei, mi parve di cogliere sul suo volto una tristezza irrimediabile. Le chiesi la ragione e immediatamente s’aprì tutto un mondo a me sconosciuto. Mi raccontò che era figlia di genitori ricchi e prestigiosi (quelli che in Francia chiamano Bobo: borghesi-bohemien) più interessati alla carriera, alle cene eleganti, ai viaggi che alla sua interiorità. Tanti amici, ma buoni soltanto per andare in discoteca o a sciare, un fidanzato incapace di comprenderla: paventava un futuro imbalsamato in ruoli borghesi. A volte, paradossalmente, perfino una domanda “sbagliata” può aprire una finestra su ferite interiori. Un giorno una mia collega, colpita dall’avvenenza di un allievo diciottenne, gli disse: «Quando vai in discoteca, bello come sei, avrai un sacco di ragazze che ti corrono dietro». Inopinatamente il ragazzo si mise a piangere. Quando si calmò disse: «Ne trovo anche troppe, ma vogliono solo portarmi a letto mentre io cerco una fidanzata per farmi una famiglia». Sento spesso amici della mia generazione lamentarsi della frattura generazionale che si è creata, dando la colpa ai giovani. Ma la colpa è nostra che non abbiamo il coraggio di fare il primo passo, scambiando spesso la loro timidezza, i loro blocchi psichici per arroganza. Non è mai facile avvicinarsi all’altro, specie se lo si vede come una sorta di alieno, appartenente ad un altro mondo. Ma quando riusciamo, ci accorgiamo che egli soffre per le stesse ferite che abbiamo (o abbiamo sperimentato in passato) noi: carenza di un tessuto sociale appagante, delusioni amorose, il sentimento di sentirsi “stranieri” perché non compresi, un doloroso senso di vuoto interiore. A questo punto ci sarà chiaro che noi potremo aiutare loro a crearsi qualche anticorpo contro le avversità della vita e loro aiutare noi ad essere più umili, più aperti, imparando a non escludere nessuno dal nostro orizzonte.

 

ALDO ROSA 

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