6 ottobre 2014

Le tre suore uccise in Burundi hanno mostrato il volto di una chiesa che ha il coraggio di andare nelle periferie del mondo

Sulla morte delle tre suore saveriane in Burundi, Bernardetta Boggian, Lucia Pulici, Olga Raschietti abbiamo letto, ascoltato, visto quanto i media, qualche volta anche con accenti da scoop, ci hanno proposto. E grande è stato l’immediato sgomento di tutti. Per non dimenticare e per far sì che il «sangue delle suore uccise sia seme di fraternità» come ha detto Papa Francesco, e lo sia a cominciare dal nostro vivere quotidiano, pubblichiamo la lettera che Suor Bernardetta ha scritto nell’agosto del 2013 prima di ritornare in Africa. La lettera è stata messa a disposizione da don Bruno Marabotto, che l’ha inserita nell’omelia di domenica 14 settembre, dedicata all’Esaltazione della Croce.

«La Provvidenza mi ha fatto dono di incontrarmi con diversi popoli e culture, di vedere panorami stupendi. Ho conosciuto persone meravigliose; cristiani e credenti di altre religioni: volti che sfilano davanti a me come una sequenza, facendomi rivivere lo stupore di avere incontrato i semi del Vangelo già presenti.
L’Africa che ho incontrato ha rafforzato in me la fiducia in Dio; mi ha colpita l’accoglienza cordiale, la gioia di condividere con l’ospite il poco che c’è, la gioia dell’incontro, senza calcoli di tempo. Da qualche anno mi trovo in Burundi a Kamenge, una zona periferica molto popolata della città di Bujumbura. Sono contenta di appartenere a questa comunità cristiana che è attenta e si fa vicina ai poveri. E’ bello vedere al sabato e alla domenica le mamme delle comunità di base che si avviano con i loro cesti sulla testa verso la prigione per visitare i prigionieri e portare loro un po’ di cibo.
La Messa di domenica sera è frequentata particolarmente da papà e giovani, che hanno avuto l’opportunità di una giornata di lavoro, a volte mal pagato. Arrivano con i volti cotti dal sole e le mani callose e corrose dal cemento. Osservo i loro volti che emanano la serenità di chi sa che Gesù è in mezzo a loro e cammina accanto a loro. L’annuncio di Gesù e dell’amore misericordioso del Padre diventa comprensibile se accompagnato dalla testimonianza di vita. Occorre nutrire in noi uno sguardo di simpatia, rispetto, apprezzamento dei valori delle culture, delle tradizioni dei popoli che incontriamo.
Questo atteggiamento, oltre che dare serenità al missionario, aiuta a trovare più facilmente il linguaggio e i gesti opportuni per comunicare il Vangelo.
La prima sfida che ci interpella mi sembra sia la difesa di popoli umiliati, calpestati nei loro diritti, la denuncia dello sfruttamento dei beni di questi Paesi. E’ pure pressante il problema dell’alfabetizzazione, via maestra per la lotta contro la povertà.
L’Africa ha bisogno di giustizia, di maggior equità e di buongoverno.
Nonostante la situazione complessa e conflittuale dei Paesi dei Grandi Laghi, mi sembra di percepire la presenza di un Regno d’amore che si va costruendo, che cresce come un granello di senape, di un Gesù presente donato per tutti. A questo punto del mio cammino continuo il mio servizio ai fratelli africani, cercando di vivere con amore, semplicità e gioia».

Centro Missionario Diocesano

Le tre suore missionarie uccise in Burundi

Le tre suore missionarie uccise in Burundi