04 maggio 2014

 Guardando nel pozzo di Sichar

Guarda – l’acqua senza posa si sfalda in scaglie d’argento –
e trema in essa il peso della profondità
come quando la pupilla sente, nel profondo, l’immagine.
L’acqua lava dai tuoi occhi i cerchi di stanchezza
e ti lambisce il volto con riflessi di larghe foglie.

Tanto lontana la sorgente –

Questi occhi stanchi sono il segno
che le acque oscure della notte fluirono in parole di preghiera
(carestia, carestia di anime).
Ora la luce del pozzo vibra profonda nelle lacrime
scosse – penseranno i passanti – da una ventata di sogni…

E intanto –
il pozzo crea nel tuo sguardo solo barlumi di foglie,
con chiazze di verdi riflessi vela dolcemente il tuo volto
laggiù – sul fondo.

Quanto è lontana ancora la sorgente?
eppure in Te vibrano moltitudini
in cui raggia lo splendore delle Tue parole
come raggia negli occhi lo splendore dell’acqua…

Tu le conosci nella stanchezza, le conosci nella luce.

Offriamo in lettura e meditazione, una poesia di papa Giovanni Paolo II, datata 1950, ispirata dal passo del Vangelo di Giovanni (4, 1-42), relativo all’incontro di Gesù con la samaritana al pozzo di Sichar.
Su tale passo evangelico Giovanni Paolo II ha scritto otto poesie, ognuna distinta da un proprio titolo e raggruppate sotto il comune titolo “Canto dello splendore dell’acqua”, corrispondente al titolo dell’ottava poesia. La prima, qui in commento, dal titolo “Guardando nel pozzo di Sichar” riflette, sia in chiave poetica che teologica, sul primo fenomeno in cui lo sguardo della samaritana si tende ad osservare lo specchio d’acqua del pozzo che già era stato di Giacobbe.

Gli elementi su cui si regge la composizione poetica sono costituiti dallo sguardo della samaritana teso sullo specchio d’acqua del pozzo, da un lato, nonché dalla stessa figura femminile, vista nel suo più ampio significato di persona chiamata ad affacciarsi sull’orlo dell’infinito, metaforicamente rappresentato dal pozzo, quale sorgente d’acqua purificatrice e apportatrice di vita, in quanto lava “i cerchi di stanchezza degli occhi” e disseta; seppure profonda e “tanto lontana” è ancora “la sorgente”; cioè, la piena consapevolezza del divino nella interiore personalità della samaritana.

Tale incontro non è comunque mosso da un movimento del tutto occasionale, esso risulta in assoluto necessario, in quanto ogni creatura è stata posta per giungere sempre al contatto diretto con le profondità dell’Assoluto. Infatti, il riflesso dello sguardo si scontra con l’acqua trepida (senza posa) del divino, bramoso dell’incontro e fremente (“trema”) del “peso delle (proprie) profondità”, “si sfalda in scaglie d’argento”, lambendo “il volto (della samaritana) con riflessi di larghe foglie”.

La sofferenza segnata dalla stanchezza negli occhi della samaritana si traduce, nella visione poetica, nel segno evidente di una consumata attività di preghiera; cioè del desiderio innato in ogni creatura umana della speranza di ricongiungersi al Padre, che finalmente esplode nella “luce del pozzo” che “vibra profonda nelle lacrime” di un pianto liberatorio, scosso “da una ventata di sogni…”.
Siamo quindi all’incontro, ma non ancora alla piena consapevolezza dell’Assoluto. Siamo al punto in cui la samaritana, ancora ignara della figura divina di Gesù, scambia facilmente l’acqua viva “sorgente per l’eternità” offerta dal figlio di Dio, con la comune acqua capace solo di alleviarle la fatica fisica di recarsi ogni giorno ad attingere acqua dal pozzo. In effetti la donna risponde: “Signore, dammela quest’acqua, così non avrò più sete e non dovrò più venir qui a prendere acqua”.

Il poeta sottolinea questo concetto con i versi della terza strofa, dove il pozzo è solo capace di riflettere nello sguardo, “… solo barlumi di foglie/ con chiazze di verdi riflessi…” ”laggiù /sul fondo” del volto della donna.
L’ultima strofa erompe con una domanda del poeta direttamente a Dio: «Quanto è lontana ancora la sorgente?» É una richiesta in cui trepida tutto il desiderio del poeta stesso di pervenire alla pienezza dei tempi della promessa attesa. La domanda rimane ancora sospesa, seppure nella consapevolezza che in Dio “…vibrano moltitudini/in cui raggia lo splendore…” delle Sue parole, così come lo splendore dell’acqua “raggia” negli occhi di ogni creatura.

E ciò in quanto il Dio universale tutto conosce degli uomini; nella loro “stanchezza” quotidiana, così come nelle loro intuitive illuminazioni.

Antonio Derro
Karol Wojtyla Giovanni Paolo II